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1912 VS. 1915 Il Genoa d’Oro (prima parte)

(a cura di Aldo Padovano)

Il 1912 è l’anno in cui ha inizio l’allestimento dello squadrone che nel giro di dieci anni effettivi (esclusa la parentesi bellica) vincerà tre scudetti, ne perderà due per un soffio (e per due ragioni diverse), fornirà molti uomini alla Nazionale e a cui solo l’entrata dell’Italia nella Grande Guerra impedirà di cogliere molti più allori. E’ il Genoa (insieme a quello dei primi sei campionati) che contribuirà a tenere in vita la propria leggenda anche durante gli anni bui del secondo dopoguerra. Il Grifone stava dandosi una struttura sull’esempio delle società professionistiche britanniche anche se in Italia la concezione dilettantistica dello sport era un dogma indiscutibile. Goetzlof (ancora lui!) – proprio sul modello inglese – ottiene (ancora a proprie spese!) di far suonare una banda musicale prima della gara e durante l’intervallo a partire dall’aprile del 1912. Alla fine di quell’anno alla ditta Cattaneo viene dato l’incarico di allestire i cartelli pubblicitari all’interno dello stadio. Quel campionato, nonostante gli sforzi finanziari e sportivi vide il Genoa arrivare solamente al terzo posto. Ma se nel football il Grifone non riusciva a spiccare nuovamente il volo in un altro sport i rossoblù furono in grado di cogliere numerosi allori. Verso la fine dell’anno precedente (dicembre 1911), sotto gli auspìci di Edoardo Pasteur, il Genoa aveva inaugurato la sezione di pallanuoto. E come era accaduto per il calcio, anche nel primo campionato di Waterpolo (così, nell’accezione britannica era chiamata a quel tempo la pallanuoto) fu il Genoa ad aggiudicarsi il primo titolo nazionale. La squadra canottiera rossoblù oltre a quello del 1912 avrebbe vinto anche i campionati 1913, 1914 e 1919. Sempre nel 1912 ci fu la chiamata di Mariani in Nazionale: l’attaccante rossoblù fu il primo genoano a vestire la maglia (allora bianca) dei “Moschettieri” i cui componenti erano per la maggior parte (talvolta fino a nove undicesimi) vercellesi. Il Genoa avrebbe dovuto aspettare fino agli anni Venti perché numerosi suoi giocatori indossassero la casacca azzurra dell’Italia. La squadra – come abbiamo visto – era stata rinforzata, ma non abbastanza. Mancava un elemento fondamentale, cui sempre però anche le altre squadre italiane avevano fino ad allora fatto a meno. E quell’elemento il Genoa se lo andò a pescare ovviamente – ancora una volta – in Inghilterra, da dove i dirigenti avevano ricevuto un’interessante segnalazione: nel campionato anglosassone si è messo in evidenza un giovane trainer, ex ala dell’Arsenal, del Blackburn Rovers e della Nazionale. Costretto ad interrompere la carriera di calciatore per un brutto infortunio ad un ginocchio è ora considerato da tutti un grande talento anche nella sua nuova attività. Il presidente Aicardi si mette sulle sue tracce ed il 30 luglio 1912 William Garbutt è il primo allenatore professionista del Genoa e del calcio italiano. Diplomatico, flemmatico, gran fumatore di pipa, piuttosto silenzioso ma ironico al momento giusto, attua una vera e propria rivoluzione nei metodi d’allenamento (fino ad allora delegati al capitano della squadra), importandone alcuni dalla madre patria, inventandone altri frutto della sua grande esperienza. Anche nei rapporti umani è insuperabile, riuscendo a creare uno spirito di corpo fra tutti i giocatori con i quali instaura un rapporto amichevole senza perdere per questo il suo grande carisma e la sua autorità. Tutti lo chiamano con reverenza “Mister Garbutt”: è per questa ragione che ancora oggi gli allenatori di calcio sono appellati dai propri giocatori col titolo di “Mister”. Dall’Inghilterra Garbutt si porta in Italia anche i rinforzi della squadra: l’ala destra Eastwood, il centravanti Grant e la piccola ala Wallsingham, oltre al centrosostegno Mitchell e a MacPherson. Buona parte dei giocatori stranieri, erano professionisti nella loro patria e gli stipendi che il Genoa pagava loro venivano camuffati sotto le voci più strane come “rimborso spese”, “malattia”, “viaggio in cerca d’impiego” oppure erano messi a libro paga in qualcuna delle aziende di proprietà dei dirigenti rossoblù. Erano quelli gli anni di un trofeo allora piuttosto importante: la Coppa Lombardia, scolpita in bronzo e argento per un valore di 10.000 lire di allora (qualcosa come 80 milioni di oggi) venne messa in lizza dal munifico donatore, il marchese Piero Negrotto Cambiaso, presidente del Casteggio FBC. Secondo il regolamento il costoso premio sarebbe andato alla squadra vincitrice di sette sfide anche non consecutive.