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1919 VS. 1925 Il Genoa d’Oro (terza parte)

(a cura di Aldo Padovano)

Il 1919 è un anno ricco di numerose novità. Ricomincia ufficialmente l’attività sportiva italiana dopo la parentesi bellica, ma soprattutto la Federazione decide finalmente (23 settembre) di assegnare il titolo del campionato 1914-15 così bruscamente interrotto, nominando il Genoa vincitore per la settima volta. La Società rossoblù richiama i veterani dell’ultimo torneo prebellico e soprattutto fa rientrare dall’Inghilterra Mister Garbutt che tornerà volentieri alla corte di Davidson anche perché il suo stipendio viene aumentato a 8000 lire annue. Nel frattempo si cercano nuovi validi elementi: arrivano i fratelli Bergamino, l’ex terzino savonese Ghigliano, il centravanti Brezzi, quasi tutti futuri nazionali. Ma l’elemento migliore il Genoa se lo ritrova in casa e lo scopre in occasione di un’amichevole giocata a Marassi il giorno di Pasqua tra il Grifone e una squadra formata da professionisti britannici ancora sotto le armi. Ai Rossoblù mancava un laterale destro e allora Garbutt convocò d’urgenza un giovane che si era distinto in quello stesso ruolo nella partita appena terminata nella squadra dei ragazzi: era il diciannovenne Ottavio Barbieri il quale – indossata una maglia pulita – rientrò in campo con i titolari risultando anche con questi uno dei migliori. Da quel giorno – e per oltre un decennio fu praticamente inamovibile in quel ruolo. Il primo campionato del dopoguerra vide il Genoa compiere una passeggiata nel Girone Ligure: un solo pareggio (1-1) nel ritorno con l’Andrea Doria e poi tutte vittorie comprese quelle con la rinata Sampierdarenese (4-0 e 8-0) e con i biancoblù doriani (5-1 nell’incontro di andata). Stesso discorso anche nel girone di semifinale nel quale si piazzò al primo posto, lasciandosi alle spalle – tra le altre – la Pro Vercelli e il Milan (battuto per 2 a 0 a Milano).Il Genoa era dunque considerato il favorito tra le tre finaliste dei gironi settentrionali. Ma sul neutro di Milano l’arbitro Varisco assegnò un inesistente rigore alla Juventus che riuscì così a pareggiare la rete iniziale di Santamaria. Poi convalidò un goal bianconero realizzato in palese fuorigioco. Non contento espulse Della Casa e De Vecchi – il capitano – per proteste. A tale affronto (De Vecchi, plurinazionale, era proverbiale per la sua correttezza tanto che quella sarebbe stata l’unica macchia nella sua carriera) anche Traverso rientrò di sua volontà anzitempo negli spogliatoi. Contro un Genoa ridotto in otto la Juve triplicò facilmente, ma i Grifoni riuscirono tuttavia a raccorciare le distanze con Sardi. Il successivo incontro con l’Inter (disputato a Modena e con un Genoa privo degli squalificati Traverso e Della Casa e dell’indisponibile Santamaria) si risolse in un pareggio che spianò così ai nerazzurri (che avevano già battuto la Juventus per 1 a 0) la finale (risultata poi vittoriosa) di Bologna con il Livorno vincitore del Girone Centro-Meridionale. L’estate del 1920 iniziò con un cambio al vertice della Società: lo scozzese Davidson lasciò la presidenza al genovesissimo Guido Sanguineti, senza peraltro abbandonare completamente il timone della nave rossoblù (Davidson ricoprirà la carica di vicepresidente fino al 1923 e rimarrà nel consiglio fino al 1927). Per divergenze economiche se ne andarono alcuni uomini chiave tra cui il fortissimo Santamaria – il vero regista della squadra che decise di passare alla Novese. Il Genoa risentì di queste defezioni tanto che gli incontri d’andata del Girone Ligure furono disastrosi: riuscì a vincere solo con lo Spezia (1 a 0 su rigore) e con la Rivarolese per squalifica a tavolino. Ma si risollevò nel ritorno con il re-inserimento di Wallsingham all’ala destra e di De Vecchi in cabina di regia, agguantando la qualificazione per le semifinali senza tuttavia andare più in là. Quel campionato così negativo fu però di insegnamento per la nuova dirigenza. Nell’estate del 1921 Sanguineti acquistò un buon numero di giovani provenienti dalla squadre minori genovesi che nel torneo precedente avevano messo in difficoltà il Grifone. Dalla Spes arrivarono il forte portiere De Prà, il jolly Moruzzi ed il difensore Morchio; dall’Andrea Doria il centromediano Luigi Burlando, nazionale italiano di football e di pallanuoto: il 31 agosto del 1920 aveva disputato infatti a distanza di poche ore due incontri nelle rispettive discipline sportive alle Olimpiadi, contribuendo anche alla vittoria della Nazionale di Calcio sulla Norvegia. Infine dalla Serenitas era arrivato anche un valente centravanti – Edoardo Catto – che si sarebbe poi rivelato il miglior realizzatore di tutti i tempi nella storia del “vecchio Cricket”. Il Genoa si ritrovava così bell’e fatto un vero e proprio squadrone. Per quattro campionati consecutivi dettò praticamente legge in Italia e soltanto un cocktail composto da sfortuna, supponenza e motivi extracalcistici impedì ai Rossoblù di aggiudicarsi almeno il doppio dei titoli vinti in quegli anni. La stagione 1921-22 si aprì con l’inaugurazione della rivista sociale “Genoa Club”. Ma la novità più eclatante fu che la Federazione – per divergenze sulla gestione del Campionato – si scisse e si formarono così due tornei. Il Campionato della Confederazione Calcistica Italiana (cui facevano parte il Genoa e le altre squadre più forti) aveva abolito i gironi regionali (cosa che invece mantenne la Federazione Italiana Gioco Calcio) introducendo quattro gironi, due al Nord e due al Sud. Il Genoa trionfò nel suo, surclassando squadre blasonate come il Torino (2-0 e 2-0), il Casale (5-0) e l’Internazionale (2-0 e 4-1) che arrivò ultima nel girone. Nella prima partita della semifinale Nord il Genoa – sul terribile campo di Vercelli – riuscì a terminare l’incontro a reti inviolate. Il ritorno a Marassi si presentava così più agevole seppur non facilissimo. Tra l’altro dopo pochi minuti i Rossoblù si trovavano già in vantaggio grazie ad un autogoal del vercellese Bossola. La consapevolezza di avere la vittoria in pugno risultò fatale all’undici di Garbutt. Già raggiunti prima del riposo, De Vecchi e compagni non riuscirono più a riprendersi tanto che il centravanti Rampini siglò il secondo goal che portò definitivamente la Pro Vercelli alla vittoria e alla conquista (dopo la finale vittoriosa con la Fortitudo di Roma) del suo settimo e ultimo titolo. Altri due primati dovette aggiudicarsi il Genoa in quella seppur non fortunatissima stagione. Il 26 marzo, in occasione della trasferta a Savona, circa 500 impavidi tifosi rossoblù noleggiarono una vecchia nave (la “Bon Voyage”) che aveva fatto servizio come traghetto sulla Manica fino a vent’anni prima e che allora serviva come battello tra il porto di Genova e la Riviera di Levante. A causa del brutto tempo la traversata durò circa quattro ore, ma fu comunque la prima volta in Italia che accadde un evento del genere. Solo sette giorni dopo la sconfitta interna con la Pro Vercelli Luigin Burlando ebbe occasione di dimostrare – se ce ne fosse stato bisogno – la sua strapotenza fisica ed atletica. Milano, 21 maggio 1922, al Trotter, il vecchio campo del Milan: si gioca l’amichevole Italia-Belgio. Il portiere avversario Debic si porta al limite della propria area per effettuare il rinvio: la palla colpita non fortissimo sta per rimbalzare entro il cerchio di centrocampo dalla parte dei Belgi quando Burlando – centro mediano metodista degli Azzurri – si lancia come una furia sul pallone colpendolo dal basso in alto con la parte superiore della fronte. Ne sortisce una lunghissima parabola che dopo un rimbalzo alle spalle del portiere – il quale, rimasto al limite dell’area, non fa in tempo a rientrare – va ad insaccarsi nella porta avversaria: una rete di testa da quasi cinquanta metri (!) è il terzo dei quattro goal (a due) messi a segno dagli Azzurri. Quindici giorni più tardi a Marassi scese in campo per un’amichevole di lusso un ospite d’eccezione: il Liverpool. All’epoca le squadre inglesi snobbavano i club e le nazionali degli altri paesi e solo alcune volte si concedevano delle brevi tournée sul continente (come era accaduto nella primavera del 1913 per il Reading – fresco vincitore del campionato inglese – che si era scontrato a Marassi con il Genoa nella partita d’esordio in rossoblù di Renzo De Vecchi). I “Reds” (allora in casacca a strisce verticali biancorosse) surclassarono il pur valido Grifone per 4 goal a 1. Nonostante il pesante passivo gli inglesi affermarono che il Genoa era l’unica squadra incontrata durante la loro tournée italiana degna di partecipare al campionato britannico. In quell’occasione De Prà ebbe l’opportunità di conoscere di persona il celebre Scott, uno dei più grandi portieri di tutti i tempi, il quale fu prodigo di consigli per il suo collega italiano, soprattutto sui metodi d’allenamento. Uno in particolare colpì la curiosità del numero uno genoano: il “goalkeeper” – appeso come un salame per i piedi alla traversa – doveva parare i tiri dei suoi compagni. Quest’esercizio – che assomigliava più che altro ad una tortura – serviva ad esercitarsi nei colpi di reni. Per la stagione 1922-23 rientrò nei ranghi il figliol prodigo Santamaria (il cui apporto era stato determinante alla Novese per la vittoria nella finalissima di Modena contro la Sampierdarenese nel parallelo campionato della F.G.C.I.) ed arrivarono il terzino Bellini e l’ala Neri. Nel frattempo le due Federazioni si riunificarono dando vita nuovamente ad un unico torneo. Fu quello il più esaltante campionato del Genoa di tutti i tempi. Polverizzato il Milan (4-1 a Marassi e 3-1 a Milano) e il Bologna (2-1 e 2-1), fra le grandi solo la Juventus riuscì a resistere in casa propria (1-1) mentre a Genova anche la Vecchia Signora era uscita sconfitta (2-1). Entrato di gran carriera nelle finali del Girone Nord le vinse entrambi eliminando il Padova e (finalmente!) la Pro Vercelli. Non rimanevano che le due finalissime contro la vincitrice del Girone Centro-Sud, la Lazio. A Roma, prima della partita di ritorno – quella che avrebbe sancito la vittoria dell’ottavo campionato – la squadra e i dirigenti vennero ricevuti dal Papa e dal Capo del Governo Benito Mussolini il quale incitò i Genoani alla vittoria: “Siete i più forti, insegnate a questi Romani come si gioca! Domani dovete vincere!” Fu quello un intero campionato senza sconfitte: 28 partite utili consecutive che assommate alle cinque del torneo successivo costituirono un record per lunghissimo tempo imbattuto (solo il Milan nella stagione 1992-93 riuscì a far suo il titolo nazionale senza subire rovesci). Questa la formazione titolare e i rincalzi di quella memorabile stagione: De Pra’, Bellini (Moruzzi), De Vecchi, Barbieri, Burlando, Leale, Neri, Sardi, Catto, Santamaria, Bergamino I; Costella, Mariani. Quell’estate fu il Genoa a costituire un modello da esportazione per il calcio internazionale. Le imprese di De Prà e soci avevano varcato l’Oceano e gli appassionati di football del Sud America richiesero a gran voce i Rossoblù. Il 28 luglio tredici titolari, quattro rinforzi azzurri di altrettante squadre (Girani, Romano, Moscardini e Baloncieri), l’allenatore Garbutt e il dirigente Ghiorzi si imbarcarono sulla motonave “Principessa Mafalda” per la grande avventura sudamericana. Anche in Argentina il Genoa si fece onore. Sconfitto (la stanchezza del viaggio si fece sentire) nella prima partita contro una rappresentativa della Lega Nord (1-2), vittorioso contro una della Lega Sud (1-0), il Grifone pareggiò l’incontro con la Nazionale Argentina allo stadio Barracas davanti a 50.000 spettatori in delirio. Ma il goal che aveva portato in vantaggio i Sudamericani (poi pareggiato da un colpo di testa di Santamaria) fu segnato su passaggio del Sindaco di Buenos Aires, che aveva voluto dare il simbolico calcio d’inizio senza peraltro allontanarsi dal campo. I Rossoblù – in attesa del vero e proprio via all’incontro – assistettero impassibili alla marcatura poi incredibilmente convalidata dall’arbitro di casa. Si recarono quindi in Uruguay dove furono sconfitti dalla Nazionale uruguagia (1-3) che circa dieci mesi dopo si sarebbe aggiudicata il titolo olimpico. La stagione 1923-24 – se non così trionfale come la precedente – purtuttavia fu altrettanto prodiga di successi. Arrivato primo nel Girone A della Lega Nord (ricordiamo tra le altre vittorie il 5-1 sull’Inter battuto anche a Milano per 2 a 1) il Genoa superò il Bologna nelle due finali di Lega (1-0 e 2-0) per concludere la vittoriosa galoppata con le due finali nazionali con il Savoia di Torre Annunziata che aveva sorprendentemente eliminato le romane Lazio e Alba. L’ultima partita – quella che sancì la definitiva vittoria del titolo – fu giocata il 7 settembre 1924, il trentunesimo compleanno del Grifone. Fatalità delle date: quel giorno il Genoa vinse il suo nono e ultimo (fino ad oggi) campionato. Nel marzo di quell’anno – il 9, per la precisione – Vittorio Pozzo (assurto per la prima volta al titolo di commissario unico) si era deciso a convocare un buon numero di genoani in Nazionale (ben sei). In campo (a Milano) si batterono come leoni contro le “Furie Rosse” della Spagna, nonostante l’incontro fosse un’amichevole. De Prà, in particolare, si superò parando l’imparabile e facendosi letteralmente massacrare dagli attaccanti iberici che non riuscirono a scardinare lo zero a zero. A fine partita Zamora, il mitico portiere, corse ad abbracciarlo ed il “Guerin Sportivo” gli offrì una medaglia d’oro in segno di riconoscenza degli sportivi italiani. Era quello degli scudetti degli anni Venti un Genoa formato soprattutto da genovesi. Gli unici “foresti” erano il milanese De Vecchi, l’anziano Mariani e il torinese Leale. Questi e gli altri nove titolari già citati totalizzarono complessivamente ben 110 presenze in Nazionale. I Rossoblù scesero a Marassi il 5 ottobre 1924 per l’esordio di campionato contro la Cremonese (battuta per 4 a 0) con una novità: gli undici genoani portavano cucito all’altezza del cuore sul quarto sinistro anteriore della maglia (quello blu) uno scudetto tricolore, che da allora in poi avrebbe distinto la squadra vincitrice del campionato precedente. In quella stagione iniziò la defezione tra i componenti della formazione classica: Sardi, per limiti d’età, gettava la spugna. Venne sostituito da Cesare Alberti, attaccante del Bologna, ceduto gratuitamente al Genoa in quanto ritenuto inabile a causa della rottura del menisco. Operato dal professor Drago (intervento eseguito per la prima volta su di un atleta in Italia) Alberti qualche mese dopo rientrò in campo risultando (fino alla sua prematura scomparsa avvenuta nei primi mesi del 1926 per una infezione virale) una pedina importantissima – con 10 goal al suo attivo nel campionato 1924-25 – nello scacchiere di Garbutt. Il girone A della Lega Nord fu vinto piuttosto agevolmente anche se non con la scioltezza dei tre precedenti. Dopo una parentesi internazionale (7 aprile) in cui a Marassi scese l’allora celeberrimo Nacional di Montevideo dei fuoriclasse Scarone, Andreade e Petrone, il Genoa si ritrovò per la terza volta di fronte al Bologna. Nella prima finale disputata nel capoluogo felsineo si imposero i rossoblù genovesi per 2 a 1. Nel ritorno i Grifoni, sicuri del fatto loro – come era successo quattro anni prima con la Pro Vercelli – si fecero battere in casa con lo stesso risultato. La “bella” venne disputata il 7 giugno sul campo (neutro) del Milan strabordante di tifosi di entrambe le squadre (arrivati con treni speciali) e di molti milanesi. Ben presto un gran numero di squadristi bolognesi – entrati in campo – andarono a schierarsi tutt’intorno al rettangolo di gioco. L’arbitro Mauro diede il fischio d’inizio della partita sperando di veder arrivare i duecento agenti promessigli per ristabilire l’ordine. Non giunsero mai. Alla fine del primo tempo il Genoa conduceva per 2 a 0 (reti di Catto e Alberti). Al 16′ della ripresa De Prà – con un balzo felino – riuscì a deviare sull’esterno della rete un bolide di Muzzioli: l’arbitro assegnò il calcio d’angolo, ma il “pubblico” di fede bolognese entrò sul terreno di gioco per andare a reclamare il punto insieme ai propri giocatori convinti che il pallone avesse superato la linea fatale prima di finire fuori. Mauro – pur in balia degli squadristi – per tredici minuti rimase sulla sua posizione; poi assegnò la rete al Bologna fra l’incredulità dei giocatori e dei supporter genoani. E per di più a sei minuti dalla fine Schiavio siglò la rete del pareggio mentre Pozzi tratteneva vistosamente De Prà onde impedirgli la parata. De Vecchi e i suoi non rientrarono in campo per i supplementari. L’arbitro aveva loro assicurato che riteneva chiusa la partita al momento dell’invasione di campo da parte dei “tifosi” bolognesi e che avrebbe dato – secondo regolamento – partita vinta al Genoa per 2 a 0. Ma qualcuno non era d’accordo. Quel “qualcuno” era Leandro Arpinati, federale di Bologna e deus ex machina della Federazione calcistica. L’arbitro Mauro, evidentemente minacciato, nel suo rapporto cambiò completamente la versione dei fatti trasformando un’invasione in piena regola in una “presenza di alcuni estranei sul terreno di gioco”. La partita doveva così essere ripetuta – come di fatto avvenne – il 5 luglio a Torino. E terminò ancora in un pareggio (1-1) questa volta in maniera regolare, anche dopo i tempi supplementari. Alla stazione di Porta Nuova, nell’immediato dopo partita, da un finestrino del treno speciale dei tifosi bolognesi furono sparati alcuni colpi di pistola verso il treno dei genovesi, fra i quali uno rimase ferito. Il Genoa protestò, inoltrò una richiesta ufficiale perché venissero puniti i colpevoli. La Federazione propose di effettuare un’altra finale a Torino. Si continuò a discutere. Alla fine i dirigenti genoani si rifiutarono di disputare altri incontri finché le cose non si fossero definitivamente chiarite. La Lega Nord era d’accordo ed il Genoa ordinò il “rompete le righe” ai suoi giocatori. Dello scudetto 1924-25 se ne sarebbe riparlato in autunno. Ma era un tranello. Improvvisamente da Roma giunse un diktat: la finale si sarebbe disputata improrogabilmente il giorno dopo (18 agosto) alle sette del mattino a porte chiuse allo stadio Vigentino nella periferia milanese. Se il Genoa si fosse rifiutato di giocare sarebbe stato radiato dalla Federazione. I giocatori – praticamente già tutti al mare – furono richiamati precipitosamente. I bolognesi – avvertiti per tempo – avevano continuato ad allenarsi per un mese intero. Il risultato fu scontato: i rossoblù di Garbutt, dopo aver cercato disperatamente di pareggiare la rete segnata da Pozzi al 27′ del primo tempo (i petroniani erano rimasti in dieci per l’espulsione di Giordani reo di un fallaccio su Santamaria), furono beffati in contropiede a cinque minuti dalla fine.