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1926 VS. 1934 Alla ricerca dello Scudetto Perduto

(a cura di Aldo Padovano)

Il lustro successivo agli spareggi con il Bologna fu caratterizzato dalla sensazione che il Genoa si sarebbe ripreso ben presto il titolo così beffardamente scippatogli. Il 1925 era stato l’anno dell’ultima partita di capitan De Vecchi in Nazionale dopo 31 partite con la maglia azzurra, ma anche dell’arrivo di un nuovo fuoriclasse. Fisico possente, scatto micidiale e tiro al fulmicotone: si trattava dell’ala Felice Levratto che nel 1922 aveva vinto con la sua squadra – il Vado – la prima edizione della Coppa Italia. Resteranno famose alcune reti sfondate, qualche portiere tramortito dai bolidi scagliati sia dal destro che dal sinistro del gigante di Carcare, oltre ovviamente una valanga di goal messi a segno nei sette anni di permanenza in maglia rossoblù. Intanto cominciavano le defezioni di alcuni fra i protagonisti degli ultimi anni: Leale aveva appeso le scarpe al chiodo per dedicarsi alla politica, Bellini passò all’Inter mentre anche Bergamino e Santamaria si ritirarono dall’attività. Nel frattempo anche il presidente Guido Sanguineti aveva dato temporaneamente le dimissioni per seguire le sue aziende in Sudamerica. Il 1926 è l’anno dell’introduzione dei contratti ufficiali fra le società e i calciatori: la definitiva consacrazione del professionismo. Il solo De Prà non volle mai apporre la sua firma sul documento: voleva sentirsi dilettante a tutti gli effetti. Nei campionati 1925-26 e 1926-27 il Genoa non brillò particolarmente seppur partecipando ai gironi finali in entrambe le stagioni e piazzandosi rispettivamente al terzo e al quarto posto. Il 5 marzo del 1927 il Genoa riuscì ad aggiungere un altro primato all’ormai interminabile lista: fu la prima squadra di calcio italiana ad effettuare un viaggio aereo (per l’esattezza a bordo di due idrovolanti) per andare a giocare una partita in un’altra città. Per l’occasione la città era Roma e la squadra l’Alba (poi battuta per 3 a 1). All’arrivo (sul Tevere nei pressi di Ostia) a ricevere e a congratularsi con gli intrepidi aeronauti si presentò addirittura il ministro dell’aviazione Cesare Balbo. Il fascismo intanto stava pesantemente contaminando (le finali del ’25 avevano rappresentato un primo clamoroso segnale) anche il mondo del calcio. Il Genoa fu costretto prima ad inserire il fascio littorio sul proprio stemma, poi ad italianizzare nome e ragione sociale che divennero Genova 1893 Circolo del Calcio (come il Milan era diventato Milano e l’Internazionale – assorbita l’antica Unione Sportiva Milanese – Ambrosiana Inter). Alla fine della stagione Garbutt (anche per le pressioni di alcuni dirigenti che vedevano di malocchio l’ultimo elemento britannico in una squadra e in una Società ormai completamente autarchiche) rassegnò con molti rimpianti le dimissioni. Lo sostituì De Vecchi: dapprima l’anziano capitano fu giocatore-allenatore poi – dal dicembre del ’28 – diede ordini solo dalla panchina. Nel frattempo (il 7 giugno 1927) viene presentato il progetto per il nuovo stadio di Marassi. Il nuovo impianto – la cui costruzione iniziata qualche tempo dopo si protrasse fino al 1934 – realizzato in cemento armato avrebbe sostituito le antiche strutture in legno. Ad opera conclusa, era prevista una capienza di 30.000 spettatori fra la tribuna coperta e le due gradinate alte circa 13 metri. Col 1926-27 erano state abolite le due Leghe Nord e Sud ed era iniziato il campionato con due gironi nazionali e un girone finale a 6 squadre. La stagione successiva il Genoa ha un inizio travolgente conquistando ben 19 punti nelle prime dieci partite. Questo gli permetterà, nonostante una flessione nella seconda parte del torneo, di partecipare al girone finale. E qui alterna risultati eccezionali (6 a 0 sull’Inter, 3 a 0 sulla Juventus, 2 a 1 sul Torino che vincerà lo scudetto) ad altri assolutamente deprimenti ottenuti per la maggior parte sui terreni piemontesi. Tuttavia arriverà secondo a solo due punti dal Torino per merito soprattutto dell’elevata media-goal del bomber Levratto (20 reti in 27 partite). Nel 1928-29 aumentano ancora le partecipanti al massimo campionato: 16 per ciascuno dei due gironi nazionali le cui rispettive vincitrici si incontreranno in due finali. Ma il Genoa sarà solo quarto nel suo girone. E’ il campionato dell’addio al calcio giocato di De Vecchi, di Catto (per un brutto incidente al menisco), mentre Burlando dirada notevolmente le sue presenze in prima squadra. Ed è anche l’anno in cui il fascismo cittadino entra in prima persona nella gestione del Genoa: il 19 febbraio 1929 Giorgio Molfino – segretario politico del GUF – viene invitato ufficialmente a far parte del consiglio della Società. Prima ancora che il campionato abbia termine i Rossoblù partecipano allo spareggio con il Milan per poter disputare la Coppa Europa, l’antenata della Coppa UEFA di oggi (la Coppa dei Campioni dell’epoca era chiamata Coppa Internazionale). Dopo due pareggi – 2-2 a Milano, 1-1 a Genova dopo i supplementari (è la partita in cui si infortuna seriamente Catto)- non c’è più tempo per una terza finale e così ci si affida al sorteggio che favorisce il Genoa. Ma quella prima esperienza in una competizione europea (cui partecipa anche la Juventus) ha termine al primo turno quando i Rossoblù vengono sconfitti a Vienna dal Rapid per 5 a 1. Bisogna però tener conto che il calcio danubiano era allora all’inizio della sua ascesa e che il Rapid – quell’anno per la nona volta campione d’Austria – veniva considerata una delle più forti compagini europee. V’era tra l’altro una curiosità: l’allenatore del Rapid era Bauer, il biondo mediano del Genoa dal 1909 al 1914. Nel ritorno a Marassi comunque il Genoa si lancia all’attacco dal primo minuto giocando una generosissima e sfortunatissima partita, senza riuscire a schiodare il risultato dallo zero a zero iniziale (e colpendo ben quattro pali). A settembre la svolta: la Federazione – come già programmato molti mesi prima – da’ il via al campionato a girone unico nazionale. E la nuova formula pare portare fortuna al Genoa forte anche di una squadra piuttosto ben assortita: De Prà ancora tra i pali (sostituito in alcuni incontri dal giovane Bacigalupo), i validi difensori Lombardo, Spigno, il centromediano metodista Albertoni, i sempre verdi Moruzzi e Barbieri (cui per tre partite si aggiunse Burlando), Gnecchi e Bodini alle mezzeali, gli attaccanti Puerari (prelevato dalla Cremonese un paio d’anni prima), Banchero (proveniente dall’Alessandria) e il solito grandissimo Levratto. Con questi elementi base il Genoa disputò un notevolissimo campionato tanto che a tre giornate dal termine si trovava a solo due punti dalla capolista Ambrosiana. E la domenica successiva – il 15 giugno 1930 – a Milano, sul vecchio campo di via Goldoni, ci sarebbe stato lo scontro al vertice. Quel giorno era la festa dell’Aviazione e prima dell’incontro alcuni velivoli si esibirono in acrobatiche evoluzioni proprio sopra lo stadio. Uno degli aerei avrebbe dovuto lanciare sul prato il pallone della gara con un paracadute. Ma una delle tribune – allora ancora in legno – stracolma di spettatori crollò e nell’incidente rimasero ferite ben 167 persone tra cui due genovesi. Molti spettatori, nel fuggi fuggi generale, si riversarono sul terreno di gioco. Nonostante tutto la partita venne fatta disputare lo stesso (alle 17 e 20). Al quarto d’ora il Genoa è già in vantaggio di due goal grazie ad altrettante prodezze di Levratto e Bodini. Meazza dopo pochi minuti accorcia le distanze, ma è ancora lo spaccareti rossoblù poco prima della mezz’ora a riportare il distacco dai nerazzurri a due lunghezze. Passano solo tre minuti e nuovamente il centravanti ambrosiano ristabilisce le distanze: il primo tempo si chiude così sul 3 a 2 per il Genoa. E’ appena scoccato il decimo minuto della ripresa che l’implacabile “Balilla” interista in giornata di grazia fa secco per la terza volta Bacigalupo. Il suo marcatore – il pur bravo Lombardo – aveva però qualche giustificazione per la prova non certo esaltante di quella giornata. Il terzino il giorno prima della gara era diventato papà. Dopo il crollo della tribuna aveva assistito ad una scena toccante collegata in qualche modo con la sua vita privata: un bimbo ferito volle essere portato a braccia al “cospetto” di Meazza. Il piccolo coperto di sangue disse che non gli importava delle ferite purché il suo idolo in quella partita segnasse almeno tre reti. Un altro episodio sfortunato fu l’infortunio occorso a Bacigalupo poco prima del pareggio dell’Ambrosiana: in uno scontro – sempre con lo scatenato Meazza – il numero uno rossoblù era rimasto stordito e non si riebbe completamente (all’epoca non esistevano le sostituzioni) per tutto il resto dell’incontro. Anzi, ad un minuto dal termine – ancora sotto choc – si fece espellere per aver assestato un pugno all’interista Blasevich che lo aveva “caricato” piuttosto rudemente. Seppur per pochi secondi si riequilibrarono le forze in campo (l’Ambrosiana aveva giocato il secondo tempo in dieci per l’espulsione del terzino Allemandi). Ma il fatto più clamoroso e che avrebbe potuto rappresentare la svolta non solo della partita ma anche del campionato, accadde al 40′ della ripresa. Levratto viene atterrato in area: l’arbitro Carraro di Padova indica senza esitazioni il dischetto. Il rigorista del Genoa è lo stesso Levratto che però non se la sente di tirare. Rapido conciliabolo dal quale esce designato Banchero. L’ex alessandrino, di solito piuttosto freddo, questa volta si emoziona – forse perché c’è molta gente intorno al terreno di gioco ed in particolare dietro la porta dell’Inter – e sparacchia un tiro che, lambendo il palo, finisce fuori nonostante il portiere Degani fosse già spiazzato. Il Genoa, dopo il pareggio con l’Ambrosiana, vincerà i due rimanenti incontri con il Livorno (2-0) e con il Milan (2-0 a Milano) senza riuscire ad agguantare i nerazzurri che si aggiudicheranno il titolo a sole due lunghezze dai Grifoni (50 e 48 punti) secondi assoluti. Fu quella l’ultima volta nella sua storia in cui il Genoa fu in lizza fino all’ultima giornata per lo scudetto. Già nel febbraio dello stesso anno De Vecchi – per discordie con la nuova dirigenza – aveva rassegnato le dimissioni. Venne sostituito – fino alla fine del campionato – seppur in forma ufficiosa da un originale tecnico magiaro dal nome bizzarro come il suo proprietario: Geyza Czecagny. Fu in realtà un ottimo allenatore benché non fosse ben visto dai giocatori e soprattutto da De Prà. Dirigeva gli allenamenti dalla tribuna, distribuiva – tra un tempo e l’altro – aspirina a piene mani, insegnava la tattica non con l’ausilio della lavagna ma utilizzando i timbri della segreteria ed infine rafforzava lo “spogliatoio” (come si direbbe oggi) facendo intonare ai giocatori (e talvolta anche ai dirigenti) cori ungheresi (di preferenza czarde) che dirigeva cadenzando il ritmo col bastone da passeggio. Venne ufficialmente assunto dalla Società rossoblù nel luglio del ’30 e contemporaneamente a Luigin Burlando fu affidato il settore giovanile. Qualche giorno prima il Genoa aveva disputato la prima partita del turno eliminatorio di Coppa Europa pareggiando in casa (1-1) sempre con il Rapid di Vienna. Poco meno di due mesi dopo (il 3 settembre) i Rossoblù nel ritorno in terra austriaca sarebbero stati eliminati dalla forte squadra viennese (1-6) futura vincitrice del prestigioso trofeo di quella stagione. I dirigenti (Presidente dal 1928 era Vincent Ardissone, con Guido Sanguineti nuovamente nel consiglio) pensarono ad un serio rafforzamento dell’organico e così andarono a pescare in Sudamerica. Era proibito assumere giocatori stranieri ma si poteva ripiegare su atleti che, pur nati all’estero, avessero almeno un genitore italiano. Il Genoa aveva puntato su Guillermo Stabile, centravanti dello Huracan e della nazionale argentina dotato di grandissima classe, ottima tecnica, tiro notevole e scatto felino. Era soprannominato “el Filtrador” per il suo modo particolare di incunearsi fra le difese avversarie. I dubbi circa il suo acquisto svanirono quando Stabile vinse con otto reti la classifica cannonieri del primo Campionato Mondiale svoltosi quell’estate a Montevideo e vinto dall’Uruguay (l’Argentina arrivò seconda). L’arrivo di Stabile ha ancora una volta – come succede spesso nella storia del Grifone – qualcosa di spettacolare. Il cannoniere argentino arrivò a Genova a campionato già iniziato e precisamente venerdì 14 novembre 1930. Il vicepresidente Sanguineti e il preparatore atletico Pascucci lo avevano raggiunto a Barcellona, prima tappa mediterranea del “Conte Rosso”, il transatlantico che aveva portato Stabile in Europa. Quando il giocatore apparve sul ponte della nave all’attracco nel porto di Genova, una grande folla entusiasta che stava aspettando da ore il futuro beniamino a Ponte dei Mille esplose in una grande ovazione. E circa 48 ore dopo i sostenitori del Grifone affollarono come non mai lo stadio di Marassi per assistere alle prodezze del loro nuovo idolo. E difatti i tre bellissimi goal con cui Stabile mise KO il Bologna (che sarebbe arrivato terzo in campionato) fecero intravvedere un futuro ben più roseo di quello che sarebbe stato in realtà. A fine dicembre – su consiglio dello stesso Stabile – arrivò Juan Pratto (un altro argentino) detto il “Moro” per il colore della sua epidermide, un terzino di valore che si rese piuttosto utile alla squadra. Il suo esordio in campionato corrispose (dopo un pareggio a reti inviolate con la Roma) a ben sette vittorie consecutive. La serie positiva venne interrotta a Torino il 22 marzo 1931 da una fortissima Juventus che quell’anno si sarebbe aggiudicata il primo di cinque scudetti consecutivi. La domenica successiva durante un’amichevole a Marassi con l’Alessandria Stabile si scontrò con il portiere dei “Grigi” che gli si era buttato fra i piedi per contrastarne il tiro: il “Filtrador” si ritrovò con una gamba fratturata in due punti. Non sarebbe rientrato in squadra che due stagioni più tardi. Ancora una volta la sfortuna aveva fatto sentire il fruscio delle sue ali sul capo del povero Grifone, che peraltro concluse il torneo con un onorevole quarto posto dopo alcuni belli exploit con Torino (3-2), con il Milan a Milano (2-1), con l’Ambrosiana (1-0) e con la Pro Vercelli (seppur ormai in fase calante) in trasferta (1-0). Nel campionato seguente (1931-32), in attesa del ritorno di Garbutt (allora allenatore del Napoli), viene promosso allenatore della prima squadra Burlando cui verrà affiancato Stabile non ancora in grado di schierarsi fra gli undici titolari. Fra i nuovi arrivi Esposto dall’Huracan e Mazzoni dal Modena. Il Genoa inizia la nuova stagione totalizzando 14 punti su 13 incontri: una media decisamente modesta per una squadra che era partita come al solito con grandi ambizioni. E la prima partita del 1932 (Genoa – Ambrosiana 0-1) segna l’inizio della crisi. Le sempre più violente contestazioni dei tifosi e l’oggettiva mediocrità del gioco espresso, convincono i dirigenti ad esonerare Burlando (il quale però, nonostante le sue 33 primavere, ritornerà ad indossare la maglia rossoblù nelle ultime 14 partite, onde assestare la traballante linea difensiva). Il 5 gennaio 1932 viene assunto Carlo Rumbold, un allenatore inglese – ex nazionale britannico – che non riuscirà tuttavia a riportare la navicella rossoblù su rotte più consone al suo blasone. Il Genoa finirà undicesimo con due soli momenti di seppur effimero splendore: le vittorie a Marassi contro le due squadre che arriveranno rispettivamente prima e seconda nella graduatoria finale (la Juventus battuta per 2 a 0 e il Bologna per 3 a 2). Quell’estate il presidente Ardissone, dopo il definitivo abbandono dell’attività agonistica di Burlando, cedette Barbieri alla rinata Sampierdarenese, Levratto all’Ambrosiana e Banchero alla Roma. Giocatori di tale portata – seppur non più giovanissimi – non erano facilmente sostituibili. Vennero acquistati il centromediano Godigna dal Perugia e il centrattacco argentino Ganduglia dal Chacarita Juniors il quale – proprio come Stabile due anni prima – esordì con il Bologna segnando il goal della vittoria. Da segnalare il ritorno del “Filtrador” che purtroppo nel corso della stagione subirà altri infortuni, sebbene non così gravi come il primo, tuttavia tali da limitare a 14 il numero delle sue presenze. Il primo gennaio 1933 iniziano i festeggiamenti per il quarantennale del Grifone. La mattina ebbe luogo lo scoprimento di una lapide commemorativa: da quel giorno lo stadio di Marassi (di cui nella stessa occasione vennero inaugurate le tribune ristrutturate e la gradinata nord) sarà intitolato a Luigi Ferraris, giocatore rossoblù dal 1904 al 1911 e primo caduto nella Grande Guerra. Nel pomeriggio – dopo la sfilata di tutte le “forze” effettive (dai pulcini alla prima squadra) – il clou della giornata è rappresentato dall’incontro con lo Young Boys, sodalizio bernese già avversario dei Grifoni in antiche disfide, vinto dal Genoa per 3 a 1 davanti ad oltre 20.000 spettatori. Solo poco più di un mese dopo un altro campione doveva abbandonare per sempre i campi di calcio: Giovanni De Prà. Con lui se ne andava l’ultimo rappresentante del Genoa degli scudetti, l’ultima pedina del mitico squadrone degli anni Venti. Lasciava il posto a Bacigalupo e, a partire dal campionato successivo, all’ex padovano Amoretti. Nel torneo 1932-33 il Genoa terminò all’ottavo posto in coabitazione con la Triestina. E anche in quell’annata si era tolto lo sfizio di battere a Marassi le società che si sarebbero classificate nei primi tre posti: la Juventus (3-2), l’Ambrosiana (2-0) e il Bologna (1-0). All’apertura del campionato 1933-34 della squadra che solo tre anni prima aveva perso lo scudetto per un rigore fallito a tre giornate dal termine e che era stata progressivamente smembrata rimaneva solamente il terzino Gilardoni. Nell’estate la guida tecnica era stata affidata ad un barone ungherese, l’allenatore Giuseppe Nagy, mentre il presidente Ardissone alcuni mesi dopo rassegnava le dimissioni. Questo fatto, il successivo vuoto di potere e l’arrivo del generale della milizia Alessandro Tarabini nominato commissario straordinario dal federale Giorgio Molfino (oltre ad una dose colossale di sfortuna) risultarono fatali al povero Genoa. Tarabini gestisce la società e la squadra come si trattassero di un manipolo di arditi: subito con promesse di premi partita, quindi – visto il perdurare della situazione negativa – minaccia prima salatissime multe, poi addirittura il confino ai meno ligi al dovere. Così, domenica dopo domenica, si andava materializzando lo spettro della retrocessione, anche perché quell’anno – ultimo campionato per molto tempo a diciotto squadre – non più due ma tre società sarebbero scese in serie B. Qualche bella vittoria comunque arrivò (3 a 0 sulla Pro Vercelli, 1 a 0 sul Bologna e sulla Roma e un clamoroso 5 a 0 con l’ormai derelitto Casale). Ma molte di più furono le sconfitte alcune delle quali alquanto sonore. Eppure il Genoa, pur non schierando più autentici fuoriclasse (se si esclude Stabile la cui efficienza era però minata dai precedenti infortuni) possedeva una formazione da tranquillo centroclassifica. Ed invece finì al penultimo posto: fu così la serie B nell’anno della prima vittoria dell’Italia in un Campionato Mondiale. Proprio per questo molte delle ultime partite del torneo erano state anticipate a metà settimana. Per i tifosi fu un colpo tremendo anche perché allora il Genoa era la squadra più blasonata d’Italia. Ma contemporaneamente un altro fatto aumentò l’amarezza dei sostenitori del Grifone: mentre il Genoa discendeva nel purgatorio cadetto, per la prima volta dal campionato a girone unico la Sampierdarenese approdava alla massima serie. Alla promozione dei rossoneri aveva contribuito in maniera decisiva il portiere Bacigalupo che i dirigenti rossoblù avevano sconsideratamente imprestato per quella stagione ai “cugini” d’oltre Lanterna.