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1934 VS. 1944 Verso la Vetta

(a cura di Aldo Padovano)

Il Genoa in serie B a quei tempi rappresentava un fatto assolutamente anomalo, una sorta di bestemmia. Per questo alcuni dirigenti formarono un comitato per convincere i grandi “papaveri” romani a mantenere il Genoa in serie A per i suoi grandi meriti sportivi. Ma – giustamente – non se ne fece niente e i Rossoblù dovettero rialzarsi con le proprie forze. Ceduti Stabile (al Napoli dove giocò un grande campionato), Mazzoni, Orlandini, Amoretti, ripreso Bacigalupo, vennero confermati i mediani Sala e il giovane Lino Bonilauri (il quale – finita la carriera agonistica – sarebbe tornato alla Società genovese come allenatore delle giovanili fino alla morte avvenuta nel 1971) e acquistati i difensori Vignolini (Fiorentina) e Dusi (Pro Patria). Allontanato il generale della milizia ricoprì la massima carica della dirigenza genoana Alfredo Costa – imprenditore nel campo delle forniture navali – il quale, nonostante avesse seri problemi al cuore, non voleva mancare a nessuna partita del “suo” Genoa, rischiando l’infarto ogni domenica. Anche gli altri membri del consiglio appartenevano alla ricca borghesia genovese, come Gavarone, Gaslini e quel Juan Culiolo di cui si sarebbe di lì a poco risentito parlare. Allenatore l’ex portiere del Piemonte FBC e della Nazionale (in un’unica disastrosa prestazione nel marzo del 1912) Vittorio Faroppa. Il Genoa era indubbiamente la squadra più forte della serie B anche perché tra la fine del 1934 e i primi di gennaio dell’anno seguente si rinforzò ulteriormente con l’acquisto dell’anziano ma sempre valido centravanti ex torinista ed ex nazionale Libonatti, col ritorno dell’argentino Esposto e con la scoperta del giovane Scategni (10 goal in 18 partite). Pur tuttavia dopo la inopinata sconfitta interna (1 a 2) con il Novara (che arriverà secondo) la paura di non riuscire a centrare l’obiettivo prefissato indusse i dirigenti a licenziare Faroppa e a riassumere ufficialmente Renzo De Vecchi (coadiuvato da Carlo Carcano in veste di “allenatore ombra”). Il Genoa proseguì la sua corsa verso la serie A che raggiunse di fatto a due giornate dal termine con il pareggio a reti inviolate ottenuto a Pisa contro una pericolosa concorrente per la promozione. I pisani (il cui “padrino” in alto loco era il sottosegretario agli interni Buffarini Guidi) cercarono in tutti i modi di ostacolare i Rossoblù: “sequestrarono” addirittura l’allenatore De Vecchi costringendolo a rimanere per tutto il secondo tempo negli spogliatoi. Ma nonostante tutto il Grifone giunse primo (era prevista una sola promozione per ciascuno dei due gironi) e se ne ritornò fra le elette del calcio italiano. Il 14 luglio 1935 ancora una volta giunse a Ponte dei Mille un bastimento carico di…calciatori italo-sudamericani. Il tecnico Carcano, mandato in esplorazione in America del Sud, era tornato con ben quattro argentini: la non più giovanissima ala sinistra Evaristo, Orlandini (un ritorno dopo un anno di assenza), il “puntero” Scaglia (destinato alla Juventus) e il portiere dell’Estudiantes de la Plata Angelito Capuano. Completava il gruppo quello che si sarebbe rivelato l’acquisto straniero più azzeccato e cioè il ventunenne Manuel Figliola, uno dei più forti mediani della storia del Genoa. Ma la legione (italo)straniera del Grifone non finiva qui, poiché oltre a Pratto, Esposto, Libonatti e Stabile (già in forza al sodalizio rossoblù) si aggiunse anche l’attaccante Ponzinibbio che giocava già in Italia. Altri acquisti di valore furono il terzino Agosteo dall’Ambrosiana e (a dicembre) il mediano Genta proveniente dalla Juventus che si misero agli ordini del nuovo allenatore, l’ex centravanti della nazionale magiara Giorgio Orth. Fu un campionato sostanzialmente tranquillo (ottavo posto finale in coabitazione con Milan, Napoli e Alessandria) che ebbe inizio con l’unica apparizione di Stabile in quel torneo e l’ultima nelle fila del Genoa, guarda caso contro il Bologna, la stessa squadra del suo esordio in Italia. E segnò anche questa volta aprendo le marcature al 30′ del primo tempo che si concluse con il Genoa in vantaggio in casa dei Petroniani i quali però si rifecero con gli interessi nella ripresa: l’incontro finì 4 a 1 a favore dei futuri vincitori dello scudetto 1935-36. Dopo quella partita Stabile venne trasferito al Red Star di Parigi con cui disputò ancora un paio di grandissime stagioni. Nonostante un esordio così negativo il Grifone in quel campionato si tolse alcune soddisfazioni battendo per 2 a 1 la forte Roma (finirà seconda) di Bernardini e Monzeglio a Marassi e uscendo vincitore da due infuocati derby con la Sampierdarenese sia allo stadio del Littorio (il bellissimo impianto costruito alla fine degli anni Venti si trovava sull’area dell’attuale deposito degli autobus di Cornigliano) per 2 a 1, sia al Luigi Ferraris(3 a 0). Il presidente Costa è costretto ad abbandonare il timone per i già accennati motivi di salute prima della fine del torneo e così nel marzo del 1936 viene eletto presidente della consulta Juan Claudio Culiolo. Nato a Buenos Aires 42 anni prima – ma trasferitosi presto a Genova – era un importante imprenditore nel commercio del carbone, il petrolio d’allora. Tifoso genoano da sempre era stato definitivamente convinto a prendere le redini della Società rossoblù dal segretario federale di Genova Molfino il quale aveva continuato a ruotare intorno al sodalizio genovese ed era seriamente preoccupato per le sue sorti. Culiolo era genoano, sì, ma soprattutto un uomo d’affari e così sottopose a Molfino una “piccola” clausola dalla quale sarebbe dipesa la sua decisione: richiese la licenza di importazione a carattere quasi monopolistico del carbone polacco in Liguria. Il federale di Genova accettò e l’azienda di Culiolo – il Consorzio Carbonifero Ligure – aumentò notevolissimamente il proprio volume di affari, con evidente beneficio anche del Genoa. Tra l’altro proprio in quell’anno affluì nelle casse sociali una notevole quantità di denaro grazie a munifiche elargizioni di soci come Giovanni Gavarone, il conte Thellung, il marchese Negrotto Cambiaso e di un quarto benefattore che volle rimanere anonimo. Il progetto – per usare un termine oggi abusato – di Culiolo era chiaro: riportare il Genoa ai fasti dei primi anni Venti attraverso una serie di “step” a partire dalla vincita della Coppa Italia (giunta proprio quell’anno alla sua seconda edizione dopo lo sporadico esordio del 1922), poi la conquista dello scudetto e successivamente la vittoria in una competizione europea. I rinforzi non si fecero attendere. Due (i centrocampisti della Fiorentina Bigogno e Perazzolo) furono acquistati da Culiolo addirittura in treno (sulla linea Genova-Roma) dove il nuovo presidente rossoblù firmò un assegno da 200.000 lire al suo collega viola, il marchese Ridolfi. Arrivarono pure i forti Marchionneschi (che sarà a fine stagione il capocannoniere della squadra con 16 reti), Fasanelli, Scarabello e a campionato in corso Arcari III dal Milan. La guida tecnica venne affidata a Hermann Felsner, grande tecnico di scuola danubiana seppur con un pedigree non proprio gradito ai tifosi genoani: aveva vinto due scudetti con il Bologna e aveva portato in serie A i “cugini” sampierdarenesi due anni prima. Il Genoa arrivò sesto: una più che onorevole posizione dopo un avvio scoppiettante (3 a 1 in casa del Torino e 4 a 1 alla Lazio, rispettivamente terzo e seconda nella classifica finale), un rocambolesco pareggio a Marassi con il Bologna che vincerà il campionato (4 a 4 finale con il Genoa in vantaggio per 4 a 2 alla fine del primo tempo), e considerando anche l’indisponibilità per buona parte della stagione del portiere titolare Bacigalupo, infortunatosi nell’incontro d’andata con i felsinei (mandibola fratturata in tre punti). La stagione del Genoa ebbe un’improvvisa impennata proprio nel finale con la vittoria della terza edizione della Coppa Italia. I Rossoblù arrivarono alle semifinali con il Milan senza subire reti e realizzandone moltissime (5 alla Lazio a Marassi, 2 al Palermo e 4 al Catania in Sicilia). Figliola pareggiò la rete iniziale di Boffi a Milano, mentre la doppietta di Marchionneschi a Marassi spalancò ai Grifoni la porta della finale. A Firenze il 9 giugno 1937 il Genoa superò la Roma con un goal del centravanti Torti, una giovane riserva che aveva disputato solo due incontri in tutto il campionato. E’ degna di menzione la formazione vincitrice: Bacigalupo, Agosteo, Genta, Pastorino, Bigogno, Figliola; Arcari III, Perazzolo, Torti, Scarabello, Marchionneschi. Culiolo volle festeggiare l’evento con un sontuoso banchetto a bordo del Rex mentre già da un paio di mesi aveva trasferito la sede della Società (da via San Sebastiano) e inaugurato l’attiguo circolo rossoblù nei principeschi saloni di palazzo De Fornari in piazza De Ferrari, già sede del prestigioso Grand Hotel de Genes, che aveva visto nella seconda metà del secolo precedente aggirarsi nelle sue stanze personaggi del bel mondo internazionale. Centrato il primo obbiettivo il prossimo passo era la conquista del tanto sospirato decimo scudetto anche se con la vittoria della Coppa Italia la Società acquistava il diritto di partecipare alla Coppa dell’Europa Centrale (la Coppa delle Coppe nascerà solo nel 1961). Il 13 giugno il Genoa sconfigge al Luigi Ferraris il Gradjanski con un pesante 3 a 1 bissato una settimana dopo a Zagabria senza concedere ai croati nemmeno il goal della bandiera. I quarti di finale vedono i genovesi opposti ai viennesi dell’Admira. L’andata ha luogo sul terreno del Prater. A pochi minuti dal termine il Genoa è in vantaggio per due a uno. Un rigore dubbio a favore dei padroni di casa (poi trasformato), oltre una serie di gravi scorrettezze da ambo le parti danno il la – al fischio di chiusura – ad una vivacissima discussione tra i giocatori delle due squadre, discussione che si accende e in pochi secondi si trasforma – davanti agli occhi degli allibiti spettatori – in una vera e propria rissa nella quale vengono coinvolti anche gli staff tecnici delle due squadre. Il risultato viene omologato (la rissa scoppiata dopo la fine della partita) ma la Federazione internazionale non vuole chiudere un occhio sul “fattaccio”. E così sia l’Admira che il Genoa vengono eliminate d’ufficio dalla competizione che avrà il suo epilogo con la vittoria del Ferencvaros sulla Lazio. Nel frattempo avveniva lo scambio di allenatori tra il Milan e il Genoa: Felsner accetta l’invito dei milanesi e i dirigenti rossoblù possono così richiamare per la terza volta alla guida della squadra William Garbutt il quale qualche anno prima aveva allenato con un certo successo anche il Napoli. Il Mister per antonomasia volle al suo fianco – in qualità di vice – uno dei suoi antichi pupilli: Ottavio Barbieri. Non moltissimi i rinforzi ma di qualità: il centrocampista Morselli e i due attaccanti Barsanti e Servetti. E in effetti il Genoa in quella stagione rimase in lizza per lo scudetto (poi vinto dall’Ambrosiana) sino a meno di un mese dalla fine del campionato. Il 21 novembre del 1937 vi fu la vittoria sul campo della Juventus (che finirà seconda): Arcari III segnò la rete decisiva a 5 minuti dal termine dopo che Figliola aveva annullato il vantaggio dei Bianconeri. Il Genoa dovrà aspettare ben 53 anni (e due mesi) per bissare un successo in campionato in casa della Vecchia Signora. Ma fu soprattutto la straordinaria sequenza di sette vittorie consecutive (di cui ben cinque in trasferta) contro Lucchese, Roma, Atalanta, Lazio a Genova, Fiorentina e Bari di nuovo a Marassi, (prima di cadere sulla buccia di banana del derby al Luigi Ferraris contro il Liguria che con il classico due a zero si aggiudicò la stracittadina) a rilanciare il Grifone nelle primissime posizioni. Tuttavia la sconfitta interna contro la Juventus (che si vendicò con lo stesso risultato dello smacco subito all’andata) e poi soprattutto quella ancor più grave (1 a 3) sofferta sempre a Marassi ad opera del Bologna a tre giornate dal termine, determinarono la fine delle speranze di poter lottare fino all’ultimo per il titolo. Il Genoa tuttavia si piazzò al terzo posto (a pari merito con il Milan) a sole tre lunghezze dall’Ambrosiana scudettata per la quarta volta (38 punti contro i 41 dei Nerazzurri) potendo vantare il secondo miglior attacco del torneo con 50 reti all’attivo a fronte delle 57 dei campioni d’Italia. Culiolo non demorde e vuole lo squadrone. “Nessun’altra società è stata più pronta, attiva e…spendacciona nella campagna acquisti” scrive a commento della campagna trasferimenti il Calcio Illustrato. Sono infatti arrivati Bertoni (centravanti della Nazionale olimpionica) e Marchi dal Pisa, Agostini e Baldoni dall’Anconitana, Tori dalla Fiorentina, Cattaneo dal Legnano e Borelli dal Liguria. In estate per la seconda volta consecutiva il Grifone partecipa alla Coppa Europa che non ha intenzione di lasciarsi sfuggire dopo la beffa dell’anno precedente. Eliminato lo Sparta (4 a 2 il 26 giugno a Genova nella partita in cui il Genoa applica per la prima volta lo stemma sociale sulle maglie e 1 a 1 il 2 luglio a Praga) è la volta del Rapid di Bucarest. Il 3 a 0 di Marassi (10 luglio) permette ai Rossoblù di passare il turno nonostante la sconfitta sette giorni dopo in Romania (1-2). Si arriva così alle semifinali con l’altra squadra di Praga, lo Slavia. A Marassi, all’andata i cechi sono battuti con lo stesso risultato dello Sparta. Ma nella partita di Praga del primo agosto un intervento “assassino” del terzino Cerny fa “saltare” una gamba al neo genoano Bertoni che non riesce ad evitare l’impatto poiché il piede si è incastrato in una buca del terreno mancante della zolla. I genoani terminano la partita in dieci e vengono travolti: il 4 a 0 definitivo li escluderà dalla finale. Bertoni salterà in pratica tutta la stagione tornando in squadra solamente nell’ultima partita del campionato 1938-39. Ma quella di Bertoni non fu l’unica defezione di quella stagione. Dopo la partita inaugurale contro il Bologna Figliola e Servetti, fiutando “venti di guerra” in Europa e per tema – in quanto oriundi – di esservene coinvolti – insalutati ospiti abbandonarono il Genoa e l’Italia e, riparati dapprima in Francia, ripartirono da lì per il Sud America. Il Genoa si trovava così a fronteggiare una situazione d’emergenza. Una nota positiva – dopo tanta sfortuna – fu l’esordio (il 2 ottobre del ’38 contro il Novara) con la maglia rossoblù di quel Sardelli (proveniente dalla società giuliana Ampelea d’Isola d’Istria) che negli anni a venire sarebbe stato una vera e propria bandiera per il sodalizio genovese. Da ricordare anche la vittoria in quell’anno della Coppa del Federale, una doppia sfida stracittadina con il Liguria battuto per 3 a 1 a Marassi dopo il pareggio (1 a 1) al Littorio. Il Genoa arrivò quarto assoluto ottenendo successi lusinghieri in diversi incontri. La vittoria per 2 a 1 sul terreno del Milan e 3 a 2 sulla Juventus a Marassi riempirono di gioia i sostenitori anche se le due squadre in quel campionato non si sarebbero piazzate oltre un onorevole centroclassifica. Ma più eclatanti furono i successi sull’Ambrosiana (con un secco 3 a 0 al Ferraris) che arrivò terza e sul Torino (secondo assoluto): 1 a 0 in casa granata e un clamoroso 6 a 1 sul prato amico con tripletta di Morselli, doppietta di Lazzaretti (capocannoniere rossoblù di quell’anno con 14 realizzazioni) e goal di Scarabello che aveva aperto le marcature al 18′ del primo tempo. La prolificità dell’attacco genoano (o genovano come si preferiva dire o meglio scrivere all’ora in epoca di autarchia anche calcistica) si era già manifestata nel pirotecnico 8 a 0 alle spese di un frastornato Bari che – sceso a Marassi il 15 gennaio del ’39 – dovette subire il poker dell’ala sinistra Cattaneo, la doppietta di Lazzaretti e le reti di Scarabello e Perazzolo. Tant’è che il Genoa si ritrovò al secondo posto per numero di reti segnate (53) alla pari con quelle realizzate dal Bologna vincitore del titolo e secondo solo alle marcature dell’Ambrosiana (55). Se lo scudetto era ancora lontano i Rossoblù si consolarono (almeno parzialmente) aggiudicandosi il Campionato Riserve. La stagione 1939-40 si apre con l’intenzione da parte della dirigenza di continuare la politica di rafforzamento della squadra e dall’altra da parte del trainer di adeguare il gioco del Genoa con le più avanzate tecniche calcistiche britanniche. Garbutt decise cioè di far giocare i suoi con il cosiddetto “Sistema” (detto anche WM per la disposizione in campo dei giocatori) inventato dall’inglese Herbert Chapman una decina d’anni prima, abbandonando l’antiquato “Metodo”. Vennero dunque acquistati atleti che potessero inserirsi al meglio in questa inedita strategia pedatoria: fondamentale era il perno della difesa ruolo ricoperto dal forte Battistoni (ex Liguria); poi fu il turno delle ali (Neri e Conti dal Livorno) e di un valido centrocampista (Arcari IV sempre ex labronico) oltre all’argentino Garibaldi e al ritrovato Bertoni. Garbutt ai primi d’agosto dovette rientrare in Inghilterra per gravi motivi famigliari (tornerà solo a novembre) lasciando al fido Barbieri l’onere e l’onore di iniziare il calcio italiano (assicurando così al Genoa l’ennesimo primato) al “Sistema”. Non tutto andò per il verso giusto anche se Vittorio Pozzo volle sperimentare per la sua Nazionale la nuova tattica nell’amichevole di Berlino contro la Germania il 26 novembre 1939. Convocò ben sette genoani (Marchi, Sardelli, Genta, Battistoni, Perazzolo, Neri e Scarabello) che non riuscirono però a frenare gli scatenati tedeschi (rafforzati da alcuni elementi austriaci dopo l’annessione dell’Austria alla Grande Germania) alla fine vincitori con 5 reti a 2. Il Genoa in campionato alternava confortanti successi (corredati da grappoli di goal) come il 5 a 3 contro il Novara, il 6 a 2 di Venezia, e il 6 a 3 sul campo del Torino, a prestazioni tutt’altro che esaltanti. A dicembre si decise di tornare al vecchio “Metodo” e la squadra ne trasse subito dei benefici: i Grifoni inanellarono un filotto di sette partite utili (con sei vittorie) consecutive contro Triestina (1-0), Modena (1-4), Torino (1-0), Fiorentina (3-0), Bari (0-1), Milan (2-2) e Lazio (4-0). Solo la sfortuna impedì di continuare la serie positiva almeno per una domenica ancora: la partita di Novara, vinta sul campo per 1 a 0, venne ripetuta perché l’arbitro Scarpi aveva fatto battere due volte il calcio d’inizio al Genoa che venne poi sconfitto nella ripetizione dell’incontro (1-3). La sfortuna non doveva abbandonare i Rossoblù fino al termine della stagione. Alla sesta giornata persero per il resto del campionato il portiere titolare Fregosi, sostituito per altro in maniera egregia dal nuovo acquisto, il nazionale Ceresoli. Ma una jattura ancora più grande si sarebbe ben presto abbattuta sul capo del povero Grifone. Il 4 febbraio 1940 sul campo del Milan il Genoa sta vincendo per 2 a 1 dopo essere passato in svantaggio su autorete di Marchi. Ma Arcari IV (su rigore) e Miniati hanno raddrizzato la gara. Mancano poco più di cinque minuti alla fine dell’incontro quando il centravanti milanista Boffi e Battistoni si scontrano nell’area ligure. Battistoni ha la peggio e si contorce dal dolore a fondo campo: ha una tibia fratturata; Ceresoli – in porta con un occhio al gioco ma facendo ampi segni per far arrivare al più presto una barella – non riesce ad evitare la capitolazione ad opera di Loich che sancisce definitivamente il pareggio. La vittoria sul Milan avrebbe permesso al Genoa di avvicinarsi ulteriormente alla capolista Ambrosiana; ma per Battistoni (alcuni testimoni ammisero che nella partita d’andata a Marassi Boffi – irritato per qualche intervento non esattamente delicato del centromediano – avrebbe promesso che si sarebbe vendicato a Milano) la carriera calcistica era finita quel giorno. Anche Scarabello – altro perno del Genoa “sistemista” – si infortuna seriamente a Napoli il 24 marzo e non rientrerà in squadra se non nel novembre successivo. Nonostante tutto il Genoa si piazzerà quinto a pari merito col Torino con lo stesso numero di goal segnati dall’Ambrosiana campione d’Italia (56), ma con più del doppio delle reti subite dai Nerazzurri. La stagione si conclude il 17 giugno con l’ennesimo episodio sfortunato: la sconfitta per 0 a 1 a Firenze nella finale di Coppa Italia dopo che il Genoa era uscito vittorioso dai campi di Reggio Emilia (2-1), Napoli (1-0), Modena (2-1) e aveva eliminato il Bari a Marassi (2-0). Una settimana prima la mala sorte aveva colpito non solo il Genoa ma anche tutti gli Italiani: Mussolini aveva dichiarato guerra alla Francia e all’Inghilterra facendo entrare ufficialmente il nostro Paese nel secondo conflitto mondiale. L’attività calcistica non si fermò come era successo nel 1915. Inizia il primo campionato di guerra e la dirigenza rossoblù è costretta a limitare gli acquisti: arrivano il portiere Tavoletti dalla Lucchese, Chizzo dal Milan e il “figliol prodigo” Lazzaretti di ritorno dopo una stagione nel Liguria. Ben dieci giocatori sono richiamati sotto le armi anche se le licenze però non mancheranno. Garbutt viene “invitato” ad allontanarsi: per lui il periodo bellico rappresenterà un vero e proprio calvario culminato con la perdita della moglie in un terribile bombardamento di Terni. Il sostituto naturale del vecchio Mister è ovviamente Ottavio Barbieri che guiderà la navicella rossoblù in un campionato decisamente sottotono. Qualche acuto si sente ancora: le due vittorie col Torino (4 a 0 a Genova e 6 a 3 in trasferta) e quella col Bari a Marassi (6 a 1) con poker di Neri e doppietta di Conti. Tuttavia la squadra arriverà soltanto nona a pari merito con Triestina, Roma e Venezia. Ma l’evento clou della stagione venne rappresentato dall’incontro con la Juventus del 9 febbraio. Nonostante il terribile bombardamento navale da parte della flotta inglese avesse la mattina devastato la città causando anche parecchie vittime, la partita venne giocata ugualmente e Lazzaretti e Bertoni siglarono le due reti del successo sui Bianconeri. A luglio il presidente Culiolo si dimette, ponendo fine ad un ciclo lustrale impegnativo per i grandi investimenti (aveva cercato invano di strappare a suon di bigliettoni Piola alla Lazio), ricco di molte soddisfazioni, ma appannato dal grande rimpianto di non essere riuscito ad agguantare il tanto sospirato decimo scudetto. Lo sostituì il commissario straordinario ingegner Nino Bertoni il quale scelse come allenatore Guido Ara antica bandiera vercellese. Fra i nuovi arrivi il centromediano torinese Allasio, i due ex triestini Trevisan (mezzala) e Ispiro (attaccante) e il portiere Sain. Il Genoa nel campionato 1941-42 ritornò a respirare un’aria più consona alle sue tradizioni esibendosi in non pochi pezzi di bravura. Riuscì a battere sia all’andata a Genova (2 a 0) che al ritorno al Testaccio (2 a 1) la Roma che quell’anno si sarebbe aggiudicata il titolo, rifilò 6 reti (a una) all’Ambrosiana (tripletta di Neri e uno-due di Ispiro goleador rossoblù di quella stagione con 17 centri) e quattro alla Fiorentina. Memorabile fu il derby di ritorno con il Liguria a Cornigliano: i Rossoblù stavano soccombendo per 3 reti ad una poco prima della mezz’ora della ripresa; nel breve iato di dodici minuti dal 28′ al 40′- prima Neri e poi Ispiro (due volte) ribaltarono completamente il risultato strappando la vittoria nella tana degli indomiti liguriani. Strameritato il quarto posto finale (a pari merito con la Lazio) e strameritata anche la conquista del titolo nel “Campionato Ragazzi” dei grifoncini di Luigin Burlando. Anche nel campionato successivo il Genoa si conferma sullo stesso livello dell’annata 1941-42. Goleade a spese del Vicenza (6 a 1 a Marassi nella giornata d’esordio), del Venezia (5 a 1) terzo l’anno precedente ma ormai indebolito dalla vendita dei suoi gioielli Mazzola e Loik al Torino, della Lazio (che però riuscirà quasi ad acciuffare il pareggio in un rocambolesco incontro finito 6 a 5), del sorprendente Livorno (battuto a Marassi per 5 a 2) che arriverà addirittura secondo ad un solo punto dal Torino campione. Ma anche molte delle blasonate dovettero soccombere al Grifone: il Milan venne battuto al Ferraris per 4 a 2, il Bologna (3-1), l’Ambrosiana (1-0) e la Roma fresca scudettata nella penultima di campionato fu messa ko sul suo terreno (3-2). Entrambi i derby di quell’anno furono appannaggio del Genoa (3 a 0 a Marassi e 2 a 1 al Littorio) contribuendo alla retrocessione del Liguria in serie B. Tra le altre note liete l’esordio del difensore Cattani – futuro “capitano coraggioso” rossoblù – e le 20 reti di Memo Trevisan una delle colonne della squadra. La guerra incendiava l’Europa (e non solo); anche in Italia gli eventi stavano precipitando. Dopo l’8 settembre non fu più possibile organizzare un campionato unico. E mentre da Roma in giù si disputarono coppe e tornei minori, nel Nord la Federazione organizzò nel 1944 un campionato di guerra o come si chiamò allora dell’Alta Italia diviso in gironi regionali o interregionali. Il Genoa arrivò solo quinto (su dieci squadre partecipanti) nel girone Piemontese-Ligure vinto a mani basse dal Torino che però nella fase finale venne clamorosamente battuto dallo Spezia (iscritto in un altro girone sotto il nome di Vigili del Fuoco della Spezia) allenato da Ottavio Barbieri il quale fece applicare ai suoi giocatori il cosiddetto “mezzo sistema”. L’ex mediano rossoblù fu dunque il principale artefice della conquista di uno scudetto (mai omologato dalla Federazione) che ancora oggi gli “Aquilotti” spezzini rivendicano.