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1945 – 1960 Re per un Inverno

(a cura di Aldo Padovano)

Nei primi mesi del 1945, mentre la Federazione a Roma stava già lavorando per la riunificazione del campionato e al centro-sud venivano disputati tornei regionali, nel capoluogo ligure ebbe luogo la Coppa Città di Genova: un mini girone a cinque squadre cui parteciparono oltre al Genoa la Marina Italiana (nelle cui fila militavano alcuni genoani), l’Itala, il Liguria, e la Marina Tedesca. Ma nulla a che vedere con “Fuga per la vittoria” (il famoso film di Huston in cui il premio di una partita di calcio contro i nazisti è la salvezza): si trattò invece di una parentesi diversiva per molti giovani in attesa della fine del lungo e devastante conflitto. La vittoria arrise al Genoa che nella classifica finale superò di una lunghezza i rossoneri liguriani (14 a 13). Nel corso degli anni bui della guerra il timone della Società rossoblù era passato dalle mani di Gavarone a quelle del commissario straordinario Nino Bertoni, al quale seguì fino al luglio 1945 Aldo Mairano. Ma il nostromo che seppe pilotare la navicella genoana attraverso la bufera bellica fu il segretario Mario Tosi, il quale rappresenterà il punto di riferimento per la classe dirigente per molti anni a venire. La guerra finalmente ha termine ed il Genoa rinserra le fila. Nel luglio diventa presidente Antonio Lorenzo, un imprenditore piemontese che metterà a dura prova le proprie risorse finanziarie per sostenere il Grifone che proprio in quei giorni torna ad assumere l’antica denominazione britannica di Genoa Cricket and Football Club. Il 14 ottobre 1945 ha inizio il primo campionato del dopoguerra: è diviso in due gironi – uno Alta Italia e uno Centro-Sud; la città di Genova è l’unica a schierare tre società (Genoa, Andrea Doria e Sampierdarenese) nel massimo campionato di calcio: un piccolo primato che dura dal 1929 a tutt’oggi. Il Genoa – affidato all’allenatore italo-magiaro Viola – ha recuperato molti dei suoi giocatori d’anteguerra (Bertoni, Sain, Genta, Allasio, Neri, ecc.) che però non rendono più come ai bei tempi. Viola getta la spugna alla fine dell’inverno dopo una serie di pesanti sconfitte e la squadra – guidata nuovamente da Ottavio Barbieri – si classifica solamente terzultima nel suo girone (non erano previste retrocessioni). Unica nota positiva di quella stagione l’esordio in campionato del giovane terzino Fosco Becattini (a Bologna il 13 gennaio 1946) destinato a diventare non solo un perno della difesa, titolare inamovibile, acclamato capitano (anche perché nato a Sestri Levante) e a disputare un paio di partite in Nazionale, ma anche ad essere a tutt’oggi il calciatore rossoblù con il maggior numero di presenze in prima squadra (425). Nella primavera nuovo rimpasto societario: ricompare il pioniere Edoardo Pasteur nella veste di commissario straordinario. La prima mossa del nuovo – antico dirigente è l’ingaggio (per la quarta volta) di William Garbutt, il più grande allenatore che il Genoa abbia mai avuto. L’anziano trainer accetta con entusiasmo anche perché la Società gli mette a disposizione un vero e proprio fuoriclasse. Si tratta dell’argentino Juan Carlos Verdeal segnalato dall’ex giocatore rossoblù Ugo Magnifico (di nome e di fatto data – come si vedrà – la bontà della “soffiata”) residente in Sudamerica. Verdeal nato nel 1918 in Patagonia da padre spagnolo e madre italiana si trasferì ben presto dall’Argentina (dove giocò nell’Huracan e negli Estudiantes de La Plata) al Brasile ingaggiato dal Fluminense e solo la sua nazionalità gli impedì di vestire la maglia della nazionale carioca al fianco di mostri sacri del calibro di Ademir e Zizinho. Passato nel 1945 nel Los Caminos di Caracas, fu da quella squadra che il Genoa lo prelevò – per seicentomila lire – nell’estate dell’anno seguente. Arrivato a Genova, prima di essere definitivamente accettato, viene sottoposto ad un provino: Garbutt all’altezza del corner crossa il pallone che l’argentino – al limite dell’area di rigore – deve spedire al volo nella porta difesa per l’occasione dalla vecchia gloria De Prà. Bastano ben pochi traversoni per far capire ai due grandi campioni del passato di trovarsi di fronte ad un loro degno erede. Mezzala di razza, dotato di una classe sopraffina, palleggio e dribbling straordinari, chiarissima visione di gioco, passaggi illuminanti, tiro micidiale, per tre stagioni (dal 1946 al 1949) Verdeal rappresentò il faro attorno al quale si cercò di ricostruire quello squadrone che mancava ormai dai primi anni quaranta e che avrebbe dovuto riportare il Genoa fra le elette del calcio italiano. Il nuovo presidente Peragallo aveva acquistato altri tre sudamericani Macrì, Tajoli e Ortega (di classe infinitamente più modesta e con qualche annetto in più di quelli dichiarati), il terzino Cappellini, il mediano Bergamo e la giovane ala sinistra modenese Dalla Torre. Il campionato 1946-47 vede il Genoa classificarsi ad un dignitoso decimo posto (su venti squadre) in coabitazione con l’Inter, la Lazio e la Sampdoria nata nell’agosto del ’46 da una nuova fusione tra Andrea Doria e Sampierdarenese. Il cannoniere della squadra è Dalla Torre con 16 goal seguito a 13 da Verdeal. Ancora un cambio al vertice della Società (il nuovo leader è Massimo Poggi) e nuovi acquisti come il centravanti ex modenese Brighenti (fratello maggiore dell’attuale dirigente federale) con il quale si spera di aver risolto l’annoso problema di una punta centrale di vaglia dopo l’uscita di scena di Bertoni. Il Genoa nel torneo 1947-48 si presenta con ben tre portieri (Cardani, Castellini e Sacchetti), con la collaudata difesa forte dei vari Cattani, Sardelli, Becattini e Bergamo e con l’attacco rinforzato oltre che da Brighenti I anche da Trevisani e Formentin. In un campionato a 21 squadre (era stata ripescata la Triestina che terminerà al secondo posto) il Grifone ha qualche exploit (come la prima vittoria in un derby per 2 a 1 il 16 novembre 1947, il 3 a 1 sul Milan o il 7 a 2 all’ultima giornata contro un frastornato Bologna) ma complessivamente il torneo si rivela non eccessivamente positivo per i Rossoblù che arrivano dodicesimi a pari merito con l’Internazionale. Nel frattempo era stato esonerato l’anziano Garbutt (che mantenne il ruolo di osservatore per la Società) e sostituito con l’aitante Allasio giusto in tempo per accompagnare la squadra il giorno di Pasqua in Vaticano in visita al Papa (Pio XII) a cui la Società offrì una statua in argento raffigurante San Giorgio. Il bottino di Dalla Torre al termine del campionato fu ancora più cospicuo dell’anno precedente (18 goal) con due sole realizzazioni in più rispetto al vicecapocannoniere rossoblù Brighenti. Il torneo successivo (1948-49) fu per lunghi anni il miglior campionato disputato dal Genoa nel dopoguerra, superato solamente da quello del quarto posto del 1990-91. In ogni caso fu l’ultimo in cui le aspirazioni per la conquista del decimo scudetto (almeno per buona parte della stagione) non poterono definirsi velleitarie. Il Genoa (rinforzatosi con l’arrivo del portiere Piani, dell’ex sampierdarenese Tortarolo, delle due punte Koenig e Mazza e con il ritorno del “figliol prodigo” Verrina , ex Liguria e Napoli) disputò uno strepitoso girone d’andata: dopo il 7 a 1 nell’esordio contro il Padova sono da ricordare i successi interni sulla Juventus (2-1), sull’Internazionale (4-1), sul Milan (1-0) e sulla Fiorentina (4-2) prima della memorabile tripletta (a zero) rifilata a Marassi il giorno di Santo Stefano al grande Torino, tanto che poté fregiarsi del platonico titolo di campione d’inverno (anche se il Torino doveva recuperare una partita) grazie anche ai tredici incontri consecutivi disputati senza subire sconfitta e di cui gli ultimi cinque vittoriosi. Il ritorno non fu certo all’altezza della prima parte del torneo e, a parte uno squillante 5 a 1 sulla Triestina, le sconfitte (a dir poco inopinate) delle ultimissime giornate pregiudicarono un piazzamento decisamente più consono alle potenzialità della squadra. Il 4 maggio 1949 avvenne la tragedia di Superga: insieme con i componenti del grande Torino tra gli altri perse la vita anche il giornalista Renato Tosatti (padre del celebre commentatore televisivo Giorgio) che qualche mese prima aveva dato alle stampe “Questa è la storia del Genoa”, la prima biografia ufficiale del vecchio Cricket scritta a quattro mani con il cronista genovese Aldo Merlo. Il settimo posto ottenuto dal Genoa quell’anno suonava quasi come una beffa ripensando alla bellissima galoppata del girone d’andata. Ma come spesso succede, invece di continuare sulla strada del graduale rafforzamento della squadra si pensò ad un improvviso cambiamento. Il presidente Poggi decise di ingaggiare un nuovo trio d’attacco sudamericano formato dagli attaccanti argentini Boyé, Aballay e Alarcon. Soprattutto il primo presentava delle credenziali di tutto rispetto: ala destra dallo scatto micidiale e dal tiro al fulmicotone era titolare fisso del River Plate e della nazionale del suo paese con la quale aveva appena vinto il campionato sudamericano al fianco di campioni come Di Stefano e Martino. Per poter avvalersi delle prestazioni dei quattro stranieri (compreso l’austriaco Koenig già da un anno in rossoblù) si decise di lasciar andare Verdeal che invece avrebbe potuto essere la spalla ideale del nuovo fuoriclasse. Venne licenziato anche Allasio che lasciò la panchina al britannico Alan Astley il quale non si rendeva conto che di inglese al Genoa non erano rimasti che i natali e la ragione sociale e che ben pochi fra i suoi giocatori riuscivano a comprendere la lingua di Shakespeare. Ad ottobre gli fu così affiancato nuovamente Allasio, ma poco prima di Natale la guida della squadra fu affidata definitivamente a Manlio Bacigalupo, il valoroso portiere degli anni trenta. L’unica stella (per meglio dire meteora) che risplendette in quella stagione piuttosto anonima (il Genoa finirà undicesimo alla pari con il Pro Patria) fu proprio Boyé. Dopo un esordio col botto in precampionato che lo vide mettere a segno una cinquina sul campo del Livorno, l’argentino non deluse le aspettative e alla fine della stagione risultò il miglior realizzatore del Grifone con 12 reti in 18 partite: memorabile il suo poker d’assi calato l’otto gennaio a Marassi contro la Triestina che dovette soccombere per 6 reti (a due). Ma due settimane più tardi l’asso argentino approfittò di una trasferta a Roma per filarsela all’inglese: salì con la moglie e la madre sul primo aereo per Buenos Aires e non si fece più vedere nonostante gli estremi ed inutili tentativi dei dirigenti rossoblù di convincerlo a rimanere fatti addirittura pochi minuti prima dell’imbarco a Ciampino. Se per Figliola e Servetti alla fine degli anni trenta i motivi della fuga erano da imputarsi al timore della guerra, per Boyé le cause si rivelarono molto più prosaiche: la giovane e bellissima moglie aveva lasciato il cuore (e non solo quello) in Argentina ovviamente all’insaputa del marito che – da quando si erano trasferiti in Italia – aveva tormentato per tornare a Buenos Aires. L’occasione della trasferta con la Roma era stata provvidenziale. Si tentò allora di far squalificare a vita Boyé ma i 276.000 pesos che il Racing di Buenos Aires offrì al Genoa per il giocatore fecero dimenticare ben presto l’offesa ricevuta. La dirigenza si mise nuovamente sulle tracce di Verdeal per cercare di fargli ottenere la cittadinanza italiana, ma per tutta una serie di motivi – non ultimi quelli di salute – non poté utilizzarlo che a fine stagione in occasione di una tournée – nell’estate del 1950 – in Messico (il Genoa vi disputò due partite di cui una contro la nazionale messicana) , a San Salvador e in Costarica. Questo nuovo primato costò non poco alla squadra soprattutto in termini di fatica e di scarsa preparazione in vista del campionato 1950-51. Massimo Poggi decise di licenziare la legione sudamericana e di affidarsi ai frombolieri nordici che già così copiosi frutti avevano dato nella stagione testé conclusa a Juve e Milan. Ma gli svedesi Mellberg, Nilsson (già ala destra della nazionale) e Tapper (collezionerà solo 8 presenze in quel torneo) si dimostrarono una vera e propria delusione nonostante le 25 reti in tre e in ogni caso le loro prestazioni furono ben al di sotto delle aspettative. La squadra era stata indebolita con una serie di cervellotiche operazioni di mercato come la vendita del forte mediano Bergamo alla Sampdoria dalla quale era arrivato un demotivato Baldini in sostituzione di Formentin (10 goal nel campionato precedente) e l’ingaggio di un acerbo Invernizzi (in prestito dall’Inter). La vecchia guardia (Becattini, Cattani, Castelli, Dante e Sardelli il cui canto del cigno ebbe luogo contro l’Udinese il 28 gennaio 1951) non riuscì ad arginare gli attacchi avversari e tanto meno la sfortuna (frattura del braccio al portiere titolare Gualazzi nell’incontro con la Juventus alla vigilia di Natale). All’inizio dell’anno cambio della guardia ai massimi vertici societari: ritorna in qualità di commissario unico Aldo Mairano che lancia accorati e patriottici proclami nella speranza di evitare il peggio che giornata dopo giornata comincia a profilarsi all’orizzonte. Le speranze dei Grifoni di rimanere nella massima serie si allontanarono nel derby del 22 aprile (perso a 3 minuti dalla fine dopo che il Genoa era riuscito a riagguantare il pareggio sul doppio svantaggio) e si infransero definitivamente a San Siro contro la corazzata Inter (finirà seconda) i cui stranieri (l’olandese Wilkes, lo svedese Skoglund e l’ungherese Nyers) affondarono pesantissimi colpi (5 goal a 2) contro la navicella rossoblù. Il Genoa retrocedeva per la seconda volta fra i cadetti proprio quando era stata appena inaugurata (in occasione del fatidico derby di ritorno) la versione definitiva (fino al 1987) dello stadio di Marassi. Erano stati necessari circa due anni e mezzo di lavori ma ora il nuovo impianto (realizzato dall’ingegner Contri del Comune) poteva vantare la prima struttura sopraelevata in Italia (il settore distinti) ed una capienza massima di circa 55.000 spettatori. Nell’estate del 1951 l’imprenditore genovese Ernesto Cauvin si assunse l’onore, ma soprattutto l’onere (in quei momenti di grande tensione ed incertezza per il futuro della Società) della presidenza. La tifoseria è in subbuglio, vuole un immediato ritorno in Serie A. Ma questa volta al Genoa, per rialzarsi, saranno necessarie due stagioni. Il primo anno la squadra viene affidata alle cure dell’allenatore ungherese Imre Senkey e – confermati due dei tre svedesi (Nilsson e Mellberg) – tra gli altri vengono acquistati il portiere Franzosi (ex nazionale) e il centrocampista Achilli dall’Inter, il difensore Azimonti (ex Pro Patria) e l’attaccante Frizzi dal Torino (sarà autore di 20 goal in quel campionato). Dopo un avvio incoraggiante la squadra si perde nei meandri della cadetteria e non riesce più a trovare il bandolo della matassa per riagganciare i primi due posti della classifica. Il solito valzer degli allenatori (a Senkey viene affiancato per qualche tempo nuovamente Garbutt, poi Giacinto Ellena diventa responsabile della squadra con Valentino Sala direttore tecnico) non permetterà la tanto sospirata promozione. Il successo invece arriderà alla Roma che (seppur battuta dal Genoa sia in casa che fuori) tornerà nella massima serie dopo un solo anno di “purgatorio” e potrà così festeggiare la promozione nel decennale della conquista del suo primo scudetto. Il Genoa quell’anno era stato attrezzato con giocatori sicuramente di categoria superiore, poco adatti ai terreni roventi e alle intemperie agonistiche della serie B. Si pensò – e si attuò – perciò un rimpasto con atleti meno tecnici ma sicuramente più avvezzi alla seconda serie. Arrivarono così il centrattacco trevigiano Persi, l’ex centrocampista fiorentino Acconcia e il giovane attaccante Dal Monte (dall’Aosta) destinato a vestire per diversi anni la maglia rossoblù. Non fu un campionato trionfale ma l’obiettivo fissato fu comunque centrato: dopo una partenza a razzo (13 punti nelle prime otto giornate) si verificò una preoccupante flessione in autunno con una ripresa lenta ma costante verso gennaio tanto che il Genoa conquistò matematicamente la promozione sul terreno di Marassi a due giornate dal termine. A giugno si colse l’occasione del ritorno in serie A per festeggiare (con qualche mese d’anticipo) il sessantennio della fondazione: al Luigi Ferraris sfilarono i rappresentanti di tutte le società di serie A e serie B insieme alle forze rossoblù al completo (dalla prima squadra ai pulcini) comprese molte vecchie glorie che parteciparono ad una nostalgica passerella sul prato di Marassi. Il clou della giornata consistette nell’incontro amichevole tra i titolari del Grifone e gli inglesi della London Football Association, una selezione dei migliori giocatori delle società londinesi. Nonostante la promozione acquisita la crisi societaria sembra non avere fine. Il presidente Cauvin si dimette e benché entrino a far parte del consiglio personaggi importanti dell’imprenditoria cittadina come Armando Piaggio, Edoardo Garrone e Mario Scerni con Ugo Valperga (titolare di una importante ditta di trasporti marittimi) presidente. Nuovo campionato e nuovo allenatore: si tratta del magiaro Giorgio Sarosi, campione del Ferencvaros e della nazionale ungherese degli anni trenta, da due stagioni alla guida della Juventus con la quale aveva vinto uno scudetto nel 1951-52. Il dottor Sarosi è un grande intenditore di calcio e suggerisce ai dirigenti rossoblù l’acquisto di un fuoriclasse uruguagio di origine ligure: Juan Alberto Schiaffino. I responsabili della Società nicchiano, il prezzo è alto, forse eccessivo per una mezzala. Quindi desistono anche se una leggenda metropolitana parla di una puntata – consistente nel contratto d’acquisto del giocatore – persa al tavolo da gioco da parte di un non meglio identificato alto dirigente genoano. Fatto sta che Schiaffino finirà al Milan dove diventerà il perno centrale dello squadrone rossonero degli anni cinquanta. Arrivarono tuttavia alcuni buoni giocatori che, se non certo dotati della grandissima classe del mancato acquisto sudamericano, riusciranno nell’impresa di portare in salvo con una certa tranquillità la squadra di Sarosi. Il norvegese Ragnar Larsen (centrocampista di valore e rendimento, già in forza alla Lazio), il danese Bennike dalla Spal, ma soprattutto l’attaccante Carapellese, (non più giovanissimo ma in grado di rinverdire i successi personali ottenuti nel Milan, nel Torino e nella Juventus, tanto da tornare ad indossare la maglia della Nazionale nel 1956) furono i principali acquisti di una stagione che si potrebbe definire interlocutoria e che finì con l’ennesimo rimpasto societario: un comitato di presidenza con a capo un commissario straordinario, l’avvocato Aldo Galletto. Anche la campagna acquisti ovviamente risentì della nuova situazione dirigenziale e il dottor Sarosi dovette far buon viso a cattiva sorte ed accontentarsi di quanto passava il convento (leggi vivaio proprio e di società minori), con i giovani Pistrin, Carlini, Firotto e Delfino e con l’acquisto del bizzarro centravanti ungherese Mike. Tuttavia quell’anno il Genoa espresse un gioco estremamente piacevole ed in qualche occasione ottenne risultati di prestigio come la vittoria sull’Inter sia a Marassi (2-0) sia a San Siro (1-0), sulla Juventus il primo maggio 1955 al Ferraris (2-0), e la vittoria sfuggita a due minuti dal termine (2 a 2 con due reti guarda caso di Schiaffino) sul campo del Milan vincitore quell’anno dello scudetto. Sarosi aveva abbandonato la panchina rossoblù di propria iniziativa a poche giornate dal termine ed era stato sostituito con il fedelissimo Bonilauri, allenatore delle giovanili che portò a termine la stagione con il Genoa all’undicesimo posto. Nessuno volle assumersi la responsabilità della presidenza e così si continuò con un nuovo comitato del quale faceva parte ancora Ugo Valperga. L’ex presidente caldeggiò l’acquisto dell’anziano centrocampista Gunnar Gren, membro insieme con Nordhal e Lidholm del celebre trio “Gre-No-Li” , artefice dei grandi successi del Milan. Gren, soprannominato “il professore” per il suo aspetto compassato ma anche per le deliziose geometrie che riusciva ad esprimere sul terreno di gioco, risultò decisivo – nonostante i suoi 35 anni – per l’economia della sua nuova squadra, insieme con i già collaudati Larsen, Frizzi (14 goal in quel campionato), Carapellese (11 goal), Becattini, Carlini, Cardoni ed il portiere Gandolfi. I Rossoblù – guidati dal nuovo allenatore Renzo Magli – formarono un team piuttosto solido e pressoché imbattibile in casa, ma piuttosto vulnerabile in trasferta. A Marassi dovettero soccombere formazioni di vaglia del calibro del Milan (3-1) e dell’Internazionale: la straordinaria rimonta dei Grifoni sotto di 3 reti a una al 17′ della ripresa con relativa vittoria per 4 a 3 ottenuta a due minuti dalla fine con due goal di Frizzi e uno di Carapellese, fece passare ai supporter rossoblù un indimenticabile Santo Stefano. Anche la Sampdoria perse il derby di andata (ufficialmente in casa del Genoa) grazie a due reti (a una) siglate dal centrattacco brasiliano Di Pietro (una segnata addirittura con un colpo di tacco). Furono questi i due soli centri dell’attaccante sudamericano in quell’unico campionato italiano di cui disputò solamente otto incontri (soprattutto per motivi di salute); segnò tuttavia il goal vincente anche in un derby del campionato riserve. Il Genoa riuscì a mantenere la propria imbattibilità casalinga anche nell’ultima partita (si piazzerà al decimo posto in coabitazione con Spal, Torino, Juventus e Vicenza) contro una Fiorentina già Campione d’Italia che voleva invece concludere in bellezza quel torneo con lo zero nella casella delle sconfitte. La vittoria o anche solo il pareggio dei Viola avrebbero permesso alla squadra di Julinho e Montuori di eguagliare il record che apparteneva al Genoa nel campionato 1922-23. Ad un quarto d’ora dalla fine la Fiorentina è in vantaggio sui Rossoblù per uno a zero (rete di Gratton): per i Viola sembra fatta. Ma al 31° Gren pareggia su calcio di rigore e nel giro di pochi minuti Frizzi prima e Carapellese poi fissano il risultato sul 3 a 1 tra le ovazioni della folla e l’entusiasmo dei veterani degli anni venti (De Prà, De Vecchi, Burlando, ecc.) accorsi in tribuna a difendere con l’incitamento dei bei tempi il proprio primato. Nell’estate del 1956 viene acquistato (grazie all’intervento di Arnaldo Piaggio che si espone finanziariamente in prima persona) il terzo grandissimo fuoriclasse sudamericano del dopoguerra dopo Verdeal e Boyé: è il ventiseienne uruguagio Giulio Cesare Abbadie, attaccante oriundo francese del Penarol, messosi in mostra con la sua nazionale nei campionati mondiali in Svizzera nel 1954. Le sue doti (classe immensa, palleggio straordinario, passo felpato – che gli valse il soprannome di “El Pardo” – finte micidiali, dribbling inesorabile, passaggi millimetrici, gran fiuto del goal) vennero subito a galla sin dalle prime partite. Per far posto all’asso uruguagio furono ceduti sia Gren che Larsen (quell’anno la Federazione aveva permesso l’ingaggio di un solo straniero) mentre si registrò il ritorno di Dalmonte (dopo un anno al Milan) e l’arrivo dei mediani Robotti e Viciani. La squadra – nonostante l’arrivo di Abbadie – si era indebolita e ben presto cominciò ad intravedersi lo spettro della serie B (benché fossero previste due sole retrocessioni). La salvezza arrivò all’ultima giornata con la vittoria sul Napoli (1-0) al Ferraris: una magra soddisfazione in un’annata in cui vi fu – a parte le straordinarie giocate di Abbadie, una sorta di predicatore nel deserto – un solo acuto, a spese del Bologna che il 28 aprile a Marassi subì una sonora cinquina (a due). Anche il campionato successivo non fu prodigo di soddisfazioni per i tifosi rossoblù. Pochi gli acquisti fra cui spiccano le ali Frignani e Barison (che sostituì l’anziano Carapellese) e l’oriundo Leopardi (sponsorizzato da Abbadie) prelevato dal Naçional di Montevideo, ma di classe e di resa notevolmente inferiore al suo connazionale. Dopo un avvio a dir poco disastroso, la risalita ebbe inizio nel giorno dei Santi (recupero del derby del 20 ottobre sospeso dopo pochi minuti per impraticabilità del campo): Abbadie in giornata di grazia sciorinò tutto il suo repertorio e praticamente da solo (come scrisse qualche giornale il giorno dopo) mise KO la Sampdoria. Per Firotto, Corso e Leoni fu fin troppo facile trasformare in goal gli invitanti passaggi del “Pardo”, che annullarono il temporaneo vantaggio sampdoriano siglato da Firmani. Nel febbraio viene esonerato Renzo Magli e sostituito con l’ex interista degli anni trenta Annibale Frossi. I benefici apportati dal nuovo trainer cominciano a vedersi nell’incontro casalingo contro la Roma (4-2, con doppietta di Abbadie) e soprattutto nelle ultime due partite, il 18 maggio a Marassi contro la Lazio surclassata con un perentorio 5 a 2, e la domenica successiva quando il Milan viene travolto in casa propria grazie a due reti del solito Abbadie e una tripletta di Barison (di Fontana su rigore il goal della bandiera rossonera). Questi due exploit finali permisero al Genoa di mettersi al riparo da ogni pericolo e posizionarsi al dodicesimo posto insieme ad altre quattro squadre ma solo a due punti dalle retrocedenti Atalanta e Verona. Se l’attacco con le sue 53 reti non aveva demeritato (Abbadie fu il capocannoniere rossoblù con 13 centri seguito da Barison a quota 11), la difesa aveva dimostrato una preoccupante perforabilità (60 i goal subiti). Il nuovo presidente Fausto Gadolla (da un anno appena nel consiglio) cercò di porre rimedio a questa lacuna acquistando gli ex nazionali Ghezzi (portiere dell’Inter noto come “kamikaze” per le sue spericolate uscite) e Magnini (terzino della Fiorentina). Arrivarono pure la mezzala Pantaleoni dall’Udinese e il centravanti Maccacaro. Il Genoa disputò un campionato sostanzialmente tranquillo ma anche con pochi episodi degni di nota se si eccettua una vittoria sull’Inter a Marassi alla terza giornata: i Rossoblù pareggiarono i due vantaggi messi a segno da Angelillo per poi fissare definitivamente il risultato sul 4 a 2. E con lo stesso punteggio si verificò un altro successo contro la Lazio da un paio d’anni abbonata a sonore debacle sul terreno di via del Piano, mentre la Spal venne travolta a domicilio nella penultima di campionato per 5 reti a una dopo aver concluso il primo tempo in vantaggio. L’incontro finale con la Juventus al Comunale ha lo stesso andamento della partita con l’Inter al Ferraris, solo che questa volta sono i Bianconeri ad avere la meglio e a segnare 4 reti prima che Abbadie sancisca con il suo goal il definitivo 4 a 3 per i padroni di casa. Quell’anno non c’erano state soverchie difficoltà per raggiungere una più che tranquilla salvezza (undicesimo posto con Bari e Lazio), ma i problemi della difesa non erano stati risolti tanto che i goal entrati nella porta di Ghezzi erano due in più della stagione precedente. E proprio mentre si faceva sempre più pressante la necessità di rinforzi (e non soltanto nel reparto difensivo ma anche all’attacco onde reperire una valida spalla a Barison autore di 14 reti nel torneo appena concluso) il presidente Gadolla manifestò invece serie intenzioni di dimettersi. Alla fine venne convinto a rimanere ma condusse una campagna acquisti a dir poco deficitaria: arrivò un oriundo – l’argentino Calvanese – che si sarebbe rivelato sin dalle prime partite un fallimento, e poi Piqué e Pistorello (due carneadi) i quali andarono ad affiancare gli unici elementi validi e cioè Barison, Pantaleoni, Carlini e il veterano Becattini. Anche perché in estate Abbadie in vacanza in Uruguay ebbe una ricaduta di una forma di pleurite che lo aveva costretto a disertare praticamente tutto il girone d’andata del campionato precedente e i cui postumi si portò dietro per tutta la stagione con gravi conseguenze sul suo rendimento. L’unico ingaggio degno di questo nome fu quello del portiere della Nazionale Lorenzo Buffon arrivato dal Milan in cambio di Ghezzi e milioni. Alla guida della squadra furono scelti Antonio Busini in qualità di direttore tecnico e Gipo Poggi in veste di allenatore. Quest’ultimo detiene un ben originale primato: infatti come giocatore vestì le casacche di tutte le principali squadre cittadine (Genoa, Sampierdarenese, Andrea Doria e Sampdoria) e fu anche responsabile tecnico sia dei Rossoblù che dei Blucerchiati. Dopo poche giornate Busini venne allontanato dando il via ad un’ennesima girandola di trainer: Poggi da solo al comando, poi Jesse Carver, quindi fu richiamato Annibale Frossi insieme a Gipo Poggi, mentre il campionato stava trasformandosi in una vera e propria Via Crucis. L’inevitabile retrocessione (la terza) giunse nella maniera più deprimente visto che anche il presidente Gadolla aveva abbandonato la barca prima della fine del campionato Uno dei pochi successi di quell’anno fu la vittoria contro l’Alessandria a Marassi il 20 dicembre del 1959. Quell’incontro (risolto con una rete di Abbadie ad un quarto d’ora dal termine) ha una sua importanza quanto meno dal punto di vista statistico. Vi assistette il campionissimo Fausto Coppi (non sporadiche le sue apparizioni al Luigi Ferraris per presenziare alle prestazioni di entrambe le squadre genovesi): fu l’ultima partita della sua vita perché tredici giorni più tardi sarebbe stato stroncato da una grave forma di malaria non diagnosticata. Per uno strano gioco del destino quel pomeriggio vi fu in un certo senso il passaggio di un ipotetico testimone della gloria sportiva tra il grandissimo campione del ciclismo alla fine della carriera e un giovanissimo fuoriclasse del gioco del football che di lì a qualche anno avrebbe sfondato definitivamente (con la maglia del Milan) nel mondo del calcio. Entrambi piemontesi, nati a pochi chilometri l’uno dall’altro – Castellania e Alessandria sono ad un tiro di schioppo – quel giorno Coppi e l’allora sconosciuta mezzala dei “Grigi” Gianni Rivera, seppur inconsapevolmente, avevano sancito un ideale scambio di consegne. Ma i guai per il Genoa non si erano limitati alla sola retrocessione già di per sé sconsolante. La Società era stata accusata dalla Commissione Disciplinare della Federazione di illecito sportivo (tentata corruzione dei calciatori dell’Atalanta) e per questo condannata a 10 punti di penalizzazione da scontarsi nel campionato successivo di serie B. Questo avrebbe compromesso irrimediabilmente un pronto ritorno nella massima serie anche se il nuovo comitato di dirigenza (composto da Aldo Dapelo, Astor Norrish, Giampiero Mondini e i già noti Piaggio e Valperga) riuscirà in ottobre a far ridurre i punti al passivo da dieci a sette. Un brodino, ma tutto sommato meglio che niente.