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1961 VS. 1970 Dal Purgatorio all’Inferno

(a cura di Aldo Padovano)

La decade che stiamo per affrontare può essere divisa nettamente in due parti quasi uguali come scansione temporale, ma diverse come esiti e aspettative. Nella prima – nonostante la terza retrocessione e gli eterni problemi societari – vi sono gli auspìci e le speranze (spesso suffragate dai risultati) per un ritorno all’antico. Dopo il 1965 queste speranze vanno sempre più spegnendosi lasciando il posto ad una ben cruda e fino a quell’epoca inimmaginabile realtà. Nell’estate del ’60 – oltre alla conferma di Annibale Frossi alla guida della squadra – si riuscirono ad acquistare alcuni pezzi pregiati benché molti giocatori di categoria superiore non fossero allettati dal dover disputare un torneo cadetto con fondati dubbi – a causa degli allora ancora dieci punti di penalizzazione – su un pronto ritorno in A. Arrivarono comunque l’attaccante Bean e il centrocampista Occhetta (entrambi dal Milan), l’ala Bolzoni dalla Sampdoria, e l’anziano seppur ancor valido Pesaola ormai senza più ingaggio. Assieme ai giovani Rivara e Baveni (confermati dalla stagione precedente) e ai veterani Pantaleoni e Becattini (sarebbe stata quella la sua ultima stagione) formarono un insieme che, seppur non fortissimo, con i sette punti e un po’ di fortuna e concentrazione in più avrebbe potuto essere tranquillamente promosso. A squillanti vittorie ricche di goal come il 4 a 0 (di Bean tutte le reti) in casa del Novara o il 5 a 0 rifilato alla Sambenedettese fanno da contraltare altrettanto pesanti sconfitte. Il campionato viene comunque portato a termine dall’allenatore in seconda Angelo Rosso (che sostituisce Frossi dopo la ventiseiesima giornata) e ancora una volta la Società si trova a far fronte a pressanti impegni finanziari. Aldo Dapelo – capo del Comitato di presidenza – tuttavia non si tira indietro e per la stagione 1961-62 riesce ad allestire una squadra competitiva. Questa volta i migliori giocatori arrivano dall’Inter : il portiere Da Pozzo, il terzino Fongaro e l’ex centravanti sampdoriano Firmani. Ancora dal Milan l’attaccante Carlo Galli che con il centrocampista Giacomini e i giovani difensori Colombo, Bagnasco e il già collaudato Bruno completerà la rosa. L’allenatore – l’ex bresciano Renato Gei – sulle prime non soddisfa la tifoseria a causa del suo passato di giocatore e tecnico blucerchiato; ma i risultati gli danno presto ragione: inizia per il Grifone una galoppata trionfale tanto che alla fine del girone d’andata è già virtualmente promosso facendo mangiare la polvere ai diretti concorrenti alla promozione. Tra le 22 vittorie di quel campionato sono da ricordare il 3 a 1 a Marassi e il 4 a 1 in casa del Napoli (che finirà secondo con ben nove punti di distacco dal Genoa), il 5 a 1 sul Modena (arriverà terzo), il 2 a 0 alla Lazio (quarta), oltre a due consecutivi 4 a 2 casalinghi (a spese di Sambenedettese e Lucchese). I 54 punti finali con le 64 reti all’attivo (delle quali 20 e 17 segnate rispettivamente da Bean e Firmani) rappresenteranno per molti anni a venire un altro piccolo record. La brillantissima promozione aveva indotto i dirigenti a lasciare inalterata la formazione vincente con la speranza se non di un bis del torneo appena terminato (visto il salto di categoria), almeno di un tranquillo stazionamento a centroclassifica. Ma alcuni elementi (molti non più giovanissimi) non ripeterono l’exploit avvenuto nella cadetteria e dopo tre pesanti sconfitte consecutive si dovette correre ben presto ai ripari nonostante la vittoria nel derby d’andata (dopo un lustro) e la cinquina (a zero) rifilata al Palermo. Al cosiddetto mercato di riparazione arrivarono i brasiliani Almir e Germano (già in forza al Milan) che tuttavia non contribuirono a migliorare la situazione. Venne acquistato anche un promettente attaccante diciannovenne dal Como che – guarda caso – l’anno prima nelle fila dei Lariani aveva contribuito a una delle poche sconfitte del Grifone. Si chiama Luigi Meroni e nonostante il fisico non esattamente prestante, ha però classe da vendere. La classifica tuttavia giornata dopo giornata si fa sempre più preoccupante e solo qualche vittoria interna (come il 4 a 1 sul Catania) permette di prendere una boccata d’ossigeno, mentre Renato Gei in primavera presenta le proprie dimissioni ed ancora una volta è Angelo Rosso a sobbarcarsi la responsabilità della conduzione tecnica. Si arriva così all’ultima partita di campionato a Marassi contro il Bologna terzo in classifica. Se vuole rimanere nella massima serie il Genoa non solo è costretto a vincere, ma deve sperare nella sconfitta del Napoli sul campo dell’Atalanta. Il Genoa va in vantaggio al 17′ del primo tempo con Galli e – non riuscendo a raddoppiare – passa quasi tutto il resto dell’incontro a combattere all’arma bianca sulla “linea Maginot”, difesa strenuamente da Da Pozzo e da Fongaro il quale – vittima di un infortunio piuttosto serio – rimane eroicamente in campo fino al fischio finale (all’epoca non era possibile effettuare sostituzioni nelle gare di campionato). La vittoria è alfine raggiunta e la salvezza consacrata dalle notizie che giungono da Bergamo dove l’Atalanta ha condannato il Napoli (2-1) alla serie B. Nell’estate del 1963 – a campionato concluso – si ripropone l’eterno problema del deficit di gestione e quello forse ancora più grave di non riuscire a trovare un presidente per la più antica Società calcistica italiana. Finalmente il petroliere Edoardo Garrone – uno degli imprenditori cittadini di maggior spicco – si dichiara disposto ad assumersi l’onere e l’onore della massima carica che è vacante ormai da oltre tre anni. Ma in luglio durante una vacanza in Norvegia Garrone viene stroncato da un infarto nel sonno. Così per l’ennesima volta la sfortuna aveva voluto mettersi in mezzo proprio quando il Genoa avrebbe potuto finalmente avere un definitivo assesto societario che gli avrebbe permesso sicuramente una risalita verso posizioni più consone alla sua tradizione. Si trova comunque un altro presidente: si tratta dell’imprenditore edile Giacomo Berrino che aveva già fatto la sua comparsa nel Consiglio negli anni quaranta. Berrino chiama alla guida della squadra l’allenatore del Torino Beniamino Santos (approdato come giocatore nella società granata subito dopo la sciagura di Superga) che dal capoluogo piemontese si porta il centrocampista d’attacco argentino Locatelli (suo connazionale) e – in prestito – il giovane terzino Fossati. Tra i nuovi acquisti il centravanti Piaceri, l’ala Bicicli (dall’Inter), il terzino Calvani (dal Palermo), lo stopper Bassi (dall’Alessandria). Con gli ormai collaudati Pantaleoni, Bean, Bruno, Baveni, Bagnasco, Colombo e Rivara Santos riuscirà a mettere insieme un complesso di sicuro affidamento specialmente in difesa. E’ un Genoa molto concreto (anche se la formazione – soprattutto in attacco – viene spesso cambiata) tanto che nel campionato 1963-64 Mario Da Pozzo riesce a conquistare il record di imbattibilità per un portiere di serie A, con 791′ senza subire goal (solo nove anni dopo Zoff a difesa della rete della Juventus riuscirà a fare meglio, mentre tale primato è attualmente detenuto da Sebastiano Rossi nel Milan campione del 1993-94). E la lista di otto incontri (e spiccioli) giocati con lo zero al passivo avrebbe potuto essere ancora più lunga se la partita di San Siro contro l’Inter non fosse stata frettolosamente fatta sospendere nel secondo tempo dall’arbitro per nebbia, quando il Genoa era in vantaggio per 1 a 0. Ma la rivelazione di quel campionato fu Luigi Meroni. Santos gli da’ carta bianca da centrocampo in su e il talentuoso Gigino costruisce il gioco, lo suggerisce, dribbla, finta, palleggia, fa ammattire gli avversari, spesso segna e soprattutto fa segnare. Tra le altre sue prodezze è rimasta famosa la sua rete contro il Mantova al Ferraris quando entrò in porta con il pallone fra i piedi dopo essersi scartato anche il futuro portiere della Nazionale Zoff. Dai tempi di Abbadie non si vedeva a Marassi un giocatore di tale classe ed estro. Meroni diventa l’idolo dei tifosi che insieme ai cronisti sportivi si divertono ad appioppargli curiosi soprannomi: come Calimero (il nero pulcino della pubblicità con mezzo guscio d’uovo come copricapo) oppure – per la zazzera a caschetto simile a quella portata dai quattro componenti di un nuovo gruppo musicale inglese che dopo l’Inghilterra proprio in quei mesi sta conquistando l’America e il mondo – il “Beatle del Lario”. Il Genoa arrivò ottavo in coabitazione con altre tre squadre, ma l’andamento del torneo (in cui spiccano la vittorie a Marassi contro le capitoline – 3 a 0 alla Roma e 4 a 1 alla Lazio – e contro la Juventus , 3 a 1 all’ultima giornata) fece ben sperare per un futuro finalmente privo di sofferenze ed incertezze. Quell’estate il Genoa coronò la splendida stagione con il terzo successo in tre estati consecutive in competizioni U.E.F.A., un filotto di vittorie che coincise con uno dei periodi più fausti del dopoguerra per il Grifone. Ritornato nella massima serie – come abbiamo visto – nel giugno del 1962, il Genoa volle respirare nuovamente un’aria più consona alle sue tradizioni. Decise così di partecipare ad un torneo internazionale ufficiale non inferiore allora alla Coppa delle Fiere (in seguito trasformata in Coppa U.E.F.A.) e alla quasi coeva (per nascita) Coppa delle Coppe. Anche perché l’ultima avventura del Genoa in Europa risaliva ormai al 1938. La Coppa delle Alpi – disputata fino al 1988 – rappresentava negli anni sessanta un trofeo di tutto rispetto. Se lo aggiudicarono anche squadre di rango, italiane e non: la Juventus nel 1963, il Napoli nel ’66, l’Eintracht di Francoforte nel ’67, la Lazio nel ’71 e poi, tra le altre, il Servette per 4 volte, il Basilea e il Monaco per tre volte ciascuno. Il Genoa lo vinse per due edizioni (1962 e ’64) che furono inframmezzate dalla vittoria in un altro torneo simile, la Coppa dell’Amicizia Italo-Francese nel 1963. Nel 1962 la prima rivale del Genoa nelle eliminatorie è la squadra del Bordeaux: vittoria facile, 3 a 1 a Marassi il 10 giugno e 2 a 1 una settimana dopo in Francia nonostante i due rigori contro (fortunatamente entrambi falliti). La semifinale si svolge a Valenciennes contro la squadra locale domenica 24 giugno ed il Genoa ripete il risultato di Bordeaux (2-1). La finale avrebbe dovuto svolgersi in campo neutro, ma il Grenoble – l’altra finalista – accettò la proposta del Genoa di giocare a Marassi in previsione di un incasso maggiore (che le due società si sarebbero equamente diviso). Così fu e la vittoria arrise al Grifone che nella notturna di venerdì 29 giugno conquistò la sua prima Coppa delle Alpi. L’unica rete della serata venne messa a segno al 23′ del secondo tempo dal centravanti Galli con un colpo di testa su corner battuto da Frignani. Questa la formazione vincente : Da Pozzo, Melloni, Bruno, Baveni, Carlini, Rivara, Granella (Fracassa), Grizzetti (Galli), Galli (Granella), Natta, Frignani. Melloni, Grizzetti e Granella erano tre giocatori francesi (evidentemente di origine italiana) – di cui il primo nazionale – imprestati ai Rossoblù per l’occasione. L’anno seguente, per rinfrancarsi della salvezza al cardiopalma ottenuta all’ultima giornata, il Genoa partecipò alla quinta edizione della Coppa dell’Amicizia Italo-Francese. Eliminato il Rennes (2 a 1 in Francia il 2 giugno 1963 con reti di Bean e del tanto discusso “coloured” Germano e 3 a 0 in casa al ritorno sei giorni dopo) i Grifoni pareggiarono 0 a 0 con la Spal sul neutro di Livorno ottenendo però la qualificazione solo grazie al sorteggio favorevole (lancio della monetina) dopo i supplementari finiti anch’essi a reti inviolate. La finale si presentava a dir poco proibitiva. Il Genoa doveva vedersela a S.Siro contro il Milan fresco vincitore della Coppa Campioni. E’ vero che ai milanisti mancavano Rivera, Trapattoni e Benitez, ma anche i Rossoblù dovevano fare a meno degli elementi portanti della squadra come Occhetta, Fongaro, Galli, Colombo, Da Pozzo e Firmani. Insomma più di mezza squadra che venne rimpiazzata da molti giovani. Tra questi spiccava uno in particolare, Gigi Meroni, un piccolo attaccante che si era messo in mostra nella seconda parte del campionato. Nessuno avrebbe scommesso un soldo bucato sull’esito dell’incontro. L’unico dubbio era rappresentato dalle dimensioni del punteggio (a favore del Milan, ovviamente). Tra l’altro il primo tempo si chiuse con i diavoli rossoneri in vantaggio di un goal (molto bello, realizzato verso la mezz’ora da Altafini). La goleada – tutti pensavano – si sarebbe verificata nella ripresa. Ed invece il piccolo comasco zazzeruto salì in cattedra ed impartì ai campioni in carica una lezione di calcio. Scatenato, imprendibile, neppure un centrocampista di vaglia come Lodetti riuscì a tenerlo a freno. Suoi i due assist per un altro giovane, molto meno talentuoso di lui, ma quella sera realizzatore implacabile: Dal Monte con un perentorio uno – due (al 24′ e al 32′ del secondo tempo) mise k.o. il Milan che, seppur giustificabile per il calo di tensione dopo la conquista del massimo trofeo europeo, rimase annichilito dalle travolgenti azioni di Meroni. Al termine dell’incontro il Genoa-Baby – allenato da Angelo Rosso – dovette accontentarsi degli applausi dei 12.813 paganti perché la Coppa era rimasta in Francia, dove – il 19 giugno – avrebbe dovuto giocarsi la finale spostata invece a Milano e anticipata di tredici giorni. La mezzala rossoblù Giacomini – già allenatore e poi opinionista sportivo della TV – espresse tutta la sua ammirazione per Meroni ad un cronista di un quotidiano: “.Ah, quello è un fenomeno. E lei non l’ha visto a Livorno contro la SPAL. Roba da mandare in visibilio stadi con centomila persone. Un altr’anno quello va diritto in Nazionale, glielo assicuro io!” Questa la squadra vincitrice : Grosso, Bagnasco, Bruno, Rivara, Genisio, Carlini, Dal Monte, Gonella (Menini), Meroni, Giacomini, Bean. Nuova partecipazione alla Coppa delle Alpi dodici mesi dopo. I Rossoblù sono reduci da uno dei migliori campionati del dopoguerra, coronato vieppiù dalla fresca vittoria (14 giugno 1964) nel derby d’andata della Coppa del Presidente della Provincia di Genova (conquistata definitivamente due mesi dopo dal Genoa dopo il pareggio per 1 a 1 nel ritorno). La Sampdoria è costretta a soccombere per 3 a 1 grazie soprattutto alla splendida intesa messa in mostra tra Meroni e il laziale Maraschi (autori con Locatelli dei goal genoani), in predicato di vestire la maglia rossoblù la stagione seguente, ma che purtroppo rimase solo un prestito per quell’occasione. Il torneo per il Genoa ha inizio a Basilea contro la formazione locale domenica 21 giugno. Il Basilea riesce a pareggiare nei primi minuti la rete iniziale di Rivara, ma ben presto Bean – in serata di grazia – azzecca una quaterna secca che mette al tappeto gli svizzeri (i quali verso la fine riescono a segnare ancora una rete con Moscatelli): 5 a 2 . Il mercoledì successivo a Zurigo è ancora Rivara a segnare il goal della vittoria contro l’Atalanta. Gli orobici non ce la fanno a pareggiare e il Genoa può rimanere tranquillamente nella città elvetica dove – tre giorni dopo, sabato 27 – dovrà incontrare la squadra locale. E sarà nuovamente Bean (limitandosi questa volta ad una sola marcatura) ad aprire al Genoa le porte della finale. Mercoledì primo luglio a Berna incontra il Catania, arrivato sorprendentemente al match-clou. In campionato i siciliani hanno battuto due volte i Grifoni sia all’andata (0-2 a tavolino per invasione del campo di Marassi), sia al ritorno in casa propria dove i rossoazzurri rifilarono ben cinque “pappine” (a tre) ai genovesi. Ma questa volta la storia è diversa. Ormai il Genoa ha una squadra ben assestata, gioca praticamente a memoria e non lascia scampo agli avversari. I goal arrivano nella ripresa e sono opera di Piaceri (al 6′ e al 35′), ma come al solito uno dei grandi protagonisti della serata è Gigi Meroni. Il Genoa potrebbe maramaldeggiare ma un rigore fallito da Locatelli e un terzo goal di Piaceri annullato dall’arbitro per fuorigioco permettono ai catanesi di limitare i danni. Si concluse così una stagione felice che avrebbe potuto essere il preludio per imprese maggiori se – proprio quell’estate – non si fosse inaugurata una ben triste tradizione: quella cioè di cedere i “pezzi pregiati” sul mercato al miglior offerente, spesso senza preoccuparsi della validità della (eventuale) contropartita tecnica. Pochi giorni dopo la conquista della seconda Coppa delle Alpi Meroni sarebbe stato sacrificato sull’altare del bilancio, nonostante i dirigenti d’allora – il presidente Berrino in primis – avessero spergiurato sulla sua incedibilità. Il Torino lo acquistò proprio all’ultima giornata di mercato cedendo al Genoa – oltre ad un cospicuo conguaglio in denaro, circa trecento milioni – un ottimo centravanti, il sudamericano Peirò che i dirigenti si precipitarono a girare all’Inter, per pagare un debito ormai in scadenza che il ricavato delle 913 tessere di abbonamento biennale non era riuscito a coprire. I tifosi imbestialiti assediarono la sede (allora in piazza De Ferrari) ma tutto fu inutile. Ma le disgrazie non vengono mai da sole. In quel nerissimo luglio del 1964 (il giorno 22), un mese esatto dopo la prima partita della Coppa delle Alpi, moriva in un incidente stradale in Spagna, dove si trovava in vacanza con la famiglia, Beniamino Santos, colui che aveva plasmato la squadra terminata in una dignitosissima posizione di classifica. Bisognava risalire al campionato 1948-49 per ritrovare il Genoa così in alto. Si dice che Santos, avvertito della vendita di Meroni, su cui aveva posto un più che giustificato veto, stesse tornando a Genova per dare le dimissioni. Venne così ingaggiato Paolo Amaral, il tecnico brasiliano che aveva condotto la Juventus al terzo posto nel campionato 1962-63. Amaral è un precursore della “zona” ma il Genoa non ha certo giocatori in grado di applicare un tale modulo di gioco. Tra l’altro è stato ceduto anche Bean (al Napoli), un attaccante che bene o male assicurava una decina di goal a stagione, e viene sostituito col tedesco Koelbl (dal Padova) oltre al giovane Cappellini (in prestito dall’Inter per l’affare Peirò) e l’ala Gilardoni. All’ottava giornata la squadra ha raggranellato solo 4 punti e Amaral viene esonerato. Al suo posto arriva Roberto Lerici dal ’58 al ’62 allenatore del Vicenza in serie A e dal ’62 al 63′ della Sampdoria, che in seguito sarà affiancato dall’allenatore in seconda Fongaro. A novembre per rafforzare l’anemico attacco viene chiesto in prestito dalla Juventus un centravanti di belle speranze – Zigoni – che in effetti alla fine dell’anno risulterà il capocannoniere della squadra con otto goal. Non saranno sufficienti tuttavia – insieme con le due vittorie in entrambi i derby (2 a 1 e 1 a 0) e i successi a Bergamo (0-2), in casa col Vicenza (3-1) e con la Fiorentina all’ultima giornata (4-1) – ad evitare una nuova retrocessione nonostante i 28 punti finali che spesso – in un torneo a 18 squadre – hanno rappresentato una salvezza sicura. Si recriminò per un rigore lampante non concesso a Cagliari dal principe del fischietto Lo Bello e per un altro inesistente che decretò la vittoria degli isolani nella stessa partita, ma furono soprattutto le sconfitte (di cui una a Marassi contro il Varese) o le mancate vittorie contro le dirette concorrenti alla retrocessione a incidere sull’ennesimo scivolone nella categoria inferiore. L’unica soddisfazione della stagione fu la conquista del 17° Torneo internazionale giovanile di Viareggio, una fra le più importanti manifestazioni del genere in Europa. I Grifoncini superarono la Stella Rossa di Belgrado (4-2 e 0-0), la Fiorentina (1 a 0 siglato al 114′), il Milan (2-0). La prima finale contro la Juventus (nella quale giocava il futuro nazionale Furino) fu sospesa al secondo minuto della ripresa per impraticabilità del campo. La partita fu ripetuta due giorni dopo (3 marzo 1965) e al termine dei supplementari le squadre erano ancora sul 2 a 2. Anche dopo i calci di rigore (realizzati 4 per parte dallo stesso rigorista per ogni squadra – Nocentini quello dei Rossoblù) la situazione non si sbloccò e così – secondo regolamento – l’arbitro De Marchi tirò in aria la monetina: la sorte favorì il Genoa che si aggiudicò il Torneo, ma quali interessi avrebbe dovuto pagare alla fortuna nel massimo campionato lo abbiamo appena visto. Ci sembra giusto ricordare i ragazzi vincitori di quel trofeo: Tarabocchia, Bonvicini, Campora, Nocentini, Venturelli, Agroppi, Corucci, Citarelli, Petrini, Massucco, Gallina. Berrino vuole un pronto ritorno in serie A e così si affida ad una accoppiata sicuramente vincente: Giuseppe (“Gipo”) Viani in qualità di direttore tecnico e Luigi (“Cina”) Bonizzoni allenatore. I due avevano alle spalle una lunga militanza nel settore tecnico del Milan alla guida del quale avevano vinto lo scudetto 1958-59, mentre il solo Viani come trainer poteva vantare la vittoria nel campionato 1956-57, e come direttore tecnico (con altri allenatori) si era aggiudicato il titolo nel 61-62 e la Coppa dei Campioni del ’63. Le premesse – almeno dal punto di vista tecnico – erano confortanti anche se ovviamente le casse sociali del Genoa non erano paragonabili certo a quelle del Milan. E proprio dalle riserve dei rossoneri arrivano i difensori Poppi e Bacchetta, oltre al mediano Zaglio dall’Inter, il centrocampista Brambilla dal Messina, l’ala Cannella e – ceduto Da Pozzo al Varese – il portiere Di Vincenzo da alternarsi con il giovane Grosso che aveva esordito nel marzo precedente, visto che da questa stagione in poi si siederà in panchina il numero 12 pronto a sostituire il portiere in qualunque momento della partita. Il campionato tuttavia riserverà ancora delusioni: dopo un avvio tutt’altro che esaltante la squadra sembrò rimettersi in carreggiata, ma alcuni risultati negativi (soprattutto in trasferta) impedirono ai Rossoblù di salire sul treno per la serie A perso per 2 soli punti dalla terza. Per di più un altro fatto drammatico contribuì a rallentare la marcia del Genoa verso la massima serie: nell’aprile del ’66 Viani venne coinvolto in un grave incidente stradale nel quale si salvò a malapena, dovendo così lasciare la squadra per alcuni mesi al fido Bonizzoni affiancato dall’ex Kamikaze Giorgio Ghezzi, prima come allenatore dei portieri, poi come tecnico vero e proprio. Il campionato di serie B 1966-67 vede iscritte ben tre società liguri con la Sampdoria retrocessa per la prima volta ed il Savona promosso dai semiprofessionisti. Nel settembre inizia quella trasformazione che porterà i sodalizi sportivi a diventare entro pochi mesi Società per Azioni. Per questo motivo i dirigenti decidono inavvedutamente di cambiare anche la ragione sociale in Genoa 1893 S.p.a., una sigla che richiama (se si esclude il termine inglese iniziale) la denominazione dell’epoca fascista. Il 5 maggio 1967 sparisce la gloriosa formula “Genoa Cricket and Football Club” che verrà finalmente (e si spera definitivamente) ripristinata nel 1997. Avviene un rimpasto anche nel Consiglio: affiancano Berrino nuovi dirigenti come l’avvocato Failla (che diventerà presidente), Ivo Lapi (un esponente politico cittadino nelle vesti di amministratore unico) e Renzo Fossati, un self-made man nel campo dell’edilizia, di lì a poco promosso anch’egli amministratore delegato dopo essere stato per qualche anno accompagnatore della squadra. La campagna acquisti viene condotta di nuovo da Viani non ancora completamente rimessosi dal terribile incidente. E’ forse questo il motivo del fallimento della stessa: i nuovi arrivati non sono certo gli uomini giusti per un campionato d’avanguardia (Gallina – di ritorno dal Cesena – , Petroni, Lodi, Caocci, Cappellaro) se si escludono l’ala Taccola (proveniente dal Savona) e in misura minore il centravanti Petrini (la cui esperienza al Genoa – e non solo ovviamente – è raccontata in un suo volume autobiografico di recente pubblicazione) e il laterale Derlin, per molti anni a venire titolare di rendimento costante. Per il resto la squadra viene confermata con i difensori Vanara, Campora, Colombo, Bassi, Rivara, e i centrocampisti Locatelli e Brambilla. La squadra è affidata a Giorgio Ghezzi che però all’inizio del nuovo anno viene sostituito da un ex allenatore (per due stagioni) della Sampdoria della prima metà degli anni cinquanta : Paolo Tabanelli. Dai blucerchiati era giunto (per sostituire per alcune domeniche l’infortunato Grosso) anche l’anziano portiere Rosin che esordì proprio in un derby nell’ottobre del 1966 ergendosi a baluardo insuperabile contro gli attacchi dei cugini. Il campionato comunque risultò compromesso e non bastarono a consolare i tifosi delusi le vittorie contro la Sampdoria nel derby di ritorno (1-0) e contro il Varese (2-0) – le uniche due promosse in serie A – e l’incredibile 8 a 1 nell’ultimo incontro casalingo contro la frastornata Reggiana (arrivata terza a pari merito con Catania e Catanzaro). Per la prima volta nella sua storia il Genoa è costretto a disputare per la terza volta consecutiva il campionato di serie B. Ma questo campanello d’allarme non sembra essere ascoltato dai dirigenti che continuano nella loro politica improntata come minimo alla più pura miopia. Invece di affidare la squadra ad un tecnico esperto, viene richiamato sulla panchina Livio Fongaro, allenatore in seconda a parte qualche breve apparizione nella primavera di due anni prima come spalla di Lerici. Seguendo la linea societaria iniziata con la cessione di Meroni il promettente Taccola viene venduto alla Roma: arrivano tuttavia due elementi di spicco come la mezzala d’attacco Mascheroni (dal Novara) e l’ala Enzo Ferrari (dall’Arezzo) che alla fine del torneo risulterà il miglior realizzatore rossoblù con 13 centri, oltre alla meteora Emoli (solo sei partite) dalla Juventus via Napoli e al terzino Franco Ferrari promosso dalle giovanili. La squadra si trova ben presto in difficoltà tanto che la dirigenza è costretta ad esonerare ancora una volta l’allenatore prima della fine dell’anno solare. Fongaro è sostituito da Aldo Campatelli già Nazionale e tecnico dell’Inter degli anni cinquanta. La situazione sembra volgere al meglio e la squadra pare sul punto di risalire la classifica quando una serie di inopinate sconfitte (di cui ben tre al Ferraris) la riporta tra le acque limacciose del fondo classifica. Il campionato (a 21 squadre) termina con il Genoa appaiato al 15° posto con altre 4 compagini. Il Potenza e il Novara sono già retrocesse: sono necessari degli spareggi per decidere le altre due retrocedende. Inizia così un mini-torneo al termine del quale esce spacciato solo il Messina. Si rende necessario un altro girone per la quarta squadra destinata a scendere fra i semiprofessionisti. Il pareggio con il Lecco quasi alla fine di luglio è una liberazione per i tifosi rossoblù che hanno seguito la squadra in questo stillicidio e per quelli che ad ogni partita di quella terribile ed interminabile coda al campionato hanno affollato all’inverosimile piazza De Ferrari dove un altoparlante installato alle finestre dell’edificio del Secolo XIX irradiava le radiocronache in diretta. Sembra un avvenimento di un’epoca molto più lontana visto con gli occhi di oggi, ma bisogna considerare che nel 1968 non esistevano né radio locali né emittenti televisive al di fuori della RAI che si limitava a comunicare i risultati molto tempo dopo la fine delle partite. Per il campionato 1968-69 Berrino e Renzo Fossati decidono di confermare Campatelli e di accaparrarsi due campioni non più giovanissimi ma ancora validi: Antonio Valentin Angelillo (ex “angelo dalla faccia sporca” nell’Inter degli anni cinquanta e capocannoniere assoluto per la serie A con 33 reti) in qualità di regista del centrocampo e William Negri il portiere del Bologna scudettato (1964). Cedute (more solito) per motivi di bilancio due punte che in serie B avrebbero potuto aumentare il peso propulsivo dell’attacco (Enzo Ferrari al Palermo promosso in serie A e Petrini al Milan) arrivarono molti giovani come l’ala Perotti dal Como, Rossetti dal Potenza (entrambi destinati ad una lunga militanza nel Genoa) oltre al centravanti Morelli, lo stopper Osterman prelevato dal Savona insieme ad un ragazzo, un difensore di grande talento a cui tutti i tecnici predicono un sicuro avvenire: Maurizio “Ramon” Turone . La squadra ha una partenza piuttosto lanciata e alla decima giornata (vittoria a Como per 2 a 0) è in testa alla classifica. Ma la sconfitta casalinga subita la domenica successiva ad opera della Spal comincia a rallentarne la corsa ulteriormente frenata da una interminabile serie di pareggi (alla fine saranno 21) saltuariamente costellata da qualche squillante vittoria come il 3 a 0 sul Catania, il 4 a 0 sulla Reggina e il 3 a 2 contro la Lazio a Marassi, il miglior incontro disputato da Angelillo con la maglia rossoblù. Campatelli nel frattempo aveva lasciato la panchina all’allenatore in seconda Maurizio Bruno per seri motivi di salute e così il Genoa non riuscì ad andare al di là del sesto posto totalizzando 41 punti. Fossati non demorde e delega al nuovo general manager Aredio Gimona (ex Livorno) la campagna acquisti. Lasciati liberi Angelillo e Negri, promosso in prima squadra il giovane centrocampista Bittolo, i nuovi arrivi non sembrano in grado di alimentare eccessive speranze per un team che possa essere in grado di risalire fra l’élite del calcio: gli attaccanti Benvenuto e Rigotto (prelevato dal Livorno dallo stesso Gimona), il terzino Piampiani, l’ex libero cagliaritano Ferrero e il mediano Rinero (acquistato a novembre) non entusiasmano i tifosi. L’allenatore prescelto è il toscano – ma genovese d’elezione e genoano di fede – Franco Viviani, volenteroso ed energico, ancorchè privo di un’esperienza tale da guidare una compagine con ambizioni di promozione. Ancora una volta i risultati costringono Fossati ad esonerare l’allenatore dopo una decina di giornate ed invece di affidare la squadra ad un tecnico d’esperienza l’amministratore unico fa sedere in panchina nuovamente Maurizio Bruno, coadiuvato dall’allenatore delle giovanili Bonilauri. Il torneo si trascina verso un dolorosissimo epilogo anche perché la sfortuna sembra scagliarsi con particolare veemenza contro il povero Grifone sotto forma di infortuni a ripetizione capitati proprio agli uomini migliori come Mascheroni, Turone e al giovanissimo attaccante Speggiorin (fratturatosi come pure Ferrero). La Società è nel marasma più assoluto: nel gennaio del 1970 Fossati da’ le dimissioni su pressione di un gruppo di politici locali che si ergono a salvatori della patria, ma le finanze fanno acqua ed i giocatori minacciano uno sciopero se la Società non terrà fede agli obblighi contrattuali. Viene nominato amministratore il giovane avvocato Virgilio Bazzani che tenta con tutte le forze di far rimanere a galla una navicella sempre più in balia delle onde. In primavera Gimona si nomina direttore tecnico mantenendo Bonilauri allenatore. La conclusione del calvario avviene il 31 maggio quando un rigore inesistente in quel di Reggio Emilia affossa definitivamente a due giornate dal termine le speranze di salvezza del Genoa. Proprio in quei mesi – mentre il sodalizio più antico d’Italia conosceva l’onta della serie C – in città un altro “sacrilegio” era perpetrato: la casa natale di Nicolò Paganini, nel quartiere di via Madre di Dio, veniva nottetempo abbattuta secondo i dettami del nuovo piano regolatore. Come gli imprenditori privati genovesi avevano lasciato naufragare la gloria sportiva più importante della città senza alzare un dito, gli amministratori pubblici avevano cancellato per avidità una delle testimonianze della cultura cittadina (e non solo) . Il Grifone tuttavia, proprio come un altro animale fantastico – l’Araba Fenice – seppe risorgere dalle proprie ceneri.