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1971 VS. 1985 Resurrezione con l’Ascensore

Come era avvenuto nei tempi eroici dei primordi con il dottor Spensley, in quelli epici degli anni Venti e Trenta con Mister Garbutt, anche nei primi anni Settanta fu un allenatore di grandissima personalità e di notevole talento calcistico a farsi carico della squadra e della Società per la quale dopo l’assemblea del 4 luglio 1970 si poteva intravedere un futuro non certo roseo. I finanziatori latitavano e l’unico rappresentante della Società a tenere a galla una barca che faceva acqua da tutte le parti era l’avvocato Bazzani. Ma si sa che quando il gioco si fa duro – secondo un adagio di moda – solo i duri riescono a giocare e Arturo Silvestri – chiamato già dalla fine del torneo appena concluso al capezzale del moribondo Grifone – non si tirò indietro pur conoscendo le difficoltà (poco meno di un eufemismo in questo caso) che avrebbe dovuto affrontare una volta salito al posto di comando.

Soprannominato “”Sandokan”” per la sua grinta da eroe salgariano aveva giocato terzino nel Milan nella prima metà degli anni Cinquanta vincendo due scudetti e ai rossoneri da allenatore aveva fatto conquistare una Coppa Italia nella stagione ‘66-67. Ma la sua impresa più eclatante era stata quella di portare il Cagliari dalla C alla massima serie in sole tre annate. Facendo buon viso a cattiva sorte condusse in prima persona la campagna acquisti o meglio scambi e cessioni vista la pressoché totale mancanza di fondi. Arriva l’ala Corradi dal Varese per Mascheroni e 145 milioni grazie ai quali si possono acquistare il portiere Lonardi dal Como, lo stopper Benini dalla Lucchese, il centrocampista Piccioni dal Perugia e il non più giovanissimo centrattacco Balestrieri. Confermati i giovani Turone, Maselli, Bittolo, Perotti, Speggiorin oltre ai terzini Rossetti e Franco Ferrari e a Derlin ritornato dopo un anno al Vicenza.

Il 4 settembre finalmente una fumata bianca dall’assemblea dei consiglieri: entra in Società – assumendosi addirittura l’onere di presidente – l’imprenditore toscano Angelo Tongiani (già massimo esponente della Massese) il quale porta in dote al Grifone il centravanti Cini e il giovanissimo attaccante (16 anni) Desolati. Il campionato non è una passeggiata vista anche la presenza di ben altre quattro società liguri: il Savona, lo Spezia, l’Imperia e l’Entella (di Chiavari) alle quali però il Genoa riesce a portar via ben 15 punti (unico pareggio – 0 a 0 – con i nerazzurri imperiesi sul loro terreno) sui 16 disponibili. L’unica squadra che contende la promozione ai Rossoblù (solo la prima classificata su venti squadre salirà nella cadetteria) è la Spal: i ferraresi strappano uno zero a zero a Marassi il 21 febbraio davanti a 40.000 spettatori (un record per la serie C !) ma nonostante il passo falso dei Grifoni ad Ascoli alla penultima di campionato finiranno distanziati di due punti.

E’ dunque bastato un anno per un ritorno tra i professionisti sul quale all’inizio del torneo ben pochi avrebbero scommesso una lira. Terminava così una stagione che aveva visto la conferma di “”Ramon”” Turone, capitano coraggioso, libero prestante, rigorista infallibile e vero e proprio trascinatore della squadra soprattutto nei momenti critici. Ma è al grande pubblico genoano che va il merito di non aver abbandonato la squadra dopo oltre un lustro di sofferenze e delusioni: anzi in occasione della trasferta di Porto Torres (dove il Genoa si impose per 1 a 0 sui locali) venne noleggiato un intero traghetto (la motonave “”Caralis””) che – con le bandiere rossoblù al gran pavese – il 16 maggio 1971 trasportò migliaia di tifosi in terra sarda per sostenere i Grifoni in un incontro decisivo per la promozione.

La grande soddisfazione per il risultato sportivo conseguito non trova una risposta adeguata da parte dei dirigenti vista la situazione societaria ancora una volta ingarbugliata a causa degli attriti tra il presidente Tongiani e gli azionisti di maggioranza Berrino e Fossati. Tant’è che Silvestri è costretto a minacciare le dimissioni nel caso non riuscisse ad ottenere almeno due giocatori di suo gradimento per rinforzare la squadra: alla fine arriveranno – entrambi dal Brescia – il terzino fluidificante Manera e la mezz’ala Simoni, un globe-trotter del calcio italiano già in forza al Torino al Napoli e alla Juventus.

In settembre il Genoa torna in Coppa Italia dopo un anno d’assenza dove esce imbattuto dal proprio girone nonostante la presenza di due società di serie A come la Sampdoria (1 a 1 il derby coi cugini) e soprattutto la Juventus di Causio, Capello e Bettega che riuscirà a “”strappare”” un pareggio (2 a 2) a pochi minuti dalla fine proprio con l’attuale allenatore della Roma dopo aver rischiato la beffa da una neopromossa dalla serie C: sul 2 a 1 per i Rossoblù (Turone su rigore e Corradi dopo il goal iniziale di Spinosi) solo il palo disse di no a Corradi sul tiro che poteva chiudere l’incontro a favore dei genoani.

Nell’assemblea del 28 ottobre viene decisa l’istituzione – onde far affluire nuovo contante nelle casse perennemente e desolatamente vuote – del cosiddetto “”azionariato popolare”” sull’esempio di quello adottato dal Real Madrid che era stato oggetto di studi da parte di una delegazione del Coordinamento dei Club genoani. In pratica i tifosi potevano acquistare azioni del valore nominale di 2500 lire ciascuna. L’iniziativa ebbe successo (i soci arriveranno a quota 14.000 nel giugno del 1973) e costituì un nuovo primato per un Grifone che ormai da molti anni non conosceva più le luci della ribalta.

Ma con l’autunno ritornano a galla gli antichi malesseri. La squadra risente dei contrasti societari e non risponde adeguatamente alle direttive di Silvestri. Tra l’altro il 15 novembre Tongiani – stufo delle continue lotte intestine – presenta agli azionisti le proprie irrevocabili dimissioni, riprendendosi i “”cartellini”” dei due giocatori che aveva portato con sé: Cini e Desolati (destinato ad una non spregevole carriera nella Fiorentina). A quello che veniva definito il mercato di “”riparazione”” (come gli esami scolastici) vengono pescati il veterano Traspedini (Foggia e Verona), un centravanti-torre da area di rigore, e il sampdoriano Garbarini lasciato libero per l’arrivo di Lippi. L’ex libero blucerchiato – acquistato per sostituire Turone messo fuori gioco da un serio incidente a fine gennaio – entrerà ben presto nei cuori dei tifosi. Nonostante il poco gradito pedigree e una classe non certo cristallina, la sua tetragona abnegazione e la decisione nel rinviare i palloni che arrivavano come frecce nel cuore della difesa spesso assediata come il 7° Cavalleggeri a Little Big Horn, bastano a fargli meritare il soprannome di “”Custer””.

Superato lo spauracchio di una nuova possibile lotta per non retrocedere, Silvestri riesce domenica dopo domenica a rinsaldare la squadra tanto che ai primi d’aprile dopo nove risultati utili consecutivi (con sei vittorie tra cui uno strepitoso 3 a 0 ai danni del Palermo che finirà terzo) il Genoa è ad un passo dalla zona promozione. Ma come Carlo Alberto – si disse allora – s’imbatté nella “”fatal Novara””: nella città piemontese (un angolo con Vercelli, Casale e Alessandria del famoso storico quadrilatero calcistico) gli uomini di Silvestri – sostenuti da diverse migliaia di supporter – giocarono una partita all’arma bianca: la difesa degli azzurri sembrava dovesse cedere ad ogni attacco. Ma tutto fu inutile grazie anche ai prodigiosi interventi del futuro portiere della Lazio del primo scudetto Pulici…anzi a dieci minuti dalla fine il centravanti avversario Jacomuzzi (autore del goal vincente anche all’andata a Marassi) sfruttò uno degli più che sporadici contropiede per mettere il pallone alle spalle dell’esterrefatto ed incolpevole Lonardi. La corsa verso la serie A si era bruscamente interrotta e la squadra terminò senza infamia e senza lode a centroclassifica a sette punti dalla terza poltrona per la serie A.

A fine stagione l’avvocato Meneghini (che aveva sostituito Tongiani per alcuni mesi in qualità di amministratore unico) consegna il suo mandato nelle mani degli azionisti di maggioranza Berrino e Fossati, ritornati al proscenio dopo alcuni anni nella penombra delle quinte, eletti rispettivamente presidente e vicepresidente. I dioscuri rossoblù esordiscono con la vendita dell’ennesima bandiera e cioè Ramon Turone perfettamente ristabilito (lo attenderà una grande carriera al Milan e poi alla Roma) e di Speggiorin alla Fiorentina. Grazie agli introiti ricavati dalle due vendite vennero acquistati il portiere barese Spalazzi (sugli scudi nell’incontro dei biancorossi a Marassi nel campionato appena concluso), il centrocampista alessandrino Scarrone e l’attaccante Listanti (entrambi giocheranno poche partite). Ma la vera rivelazione fu il giovane centrattacco friulano Bordon, prelevato dall’Udinese.

Alto, legnoso, dotato di un discreto colpo di testa e di un tiro potente con i due piedi, si inserì perfettamente nello schema tattico preparato da Silvestri con certosina pazienza e precisione. Oltre i due portieri (anche l’anziano Lonardi è rimasto ad alternarsi con l’estroso Spalazzi), i due terzini Manera e Ferrari, la mediana Maselli, Rossetti e Garbarini (con Benini e Derlin in seconda battuta), le mezzali Bittolo e Simoni, l’ala tornante Perotti, e gli attaccanti Bordon appunto e Sidio Corradi costituiscono la formazione tipo che stravincerà il campionato. Quella del Genoa edizione 1972-73 sarà una galoppata travolgente (6 vittorie e due pareggi già all’ottava giornata), con risultati spesso eclatanti come il 2 a 1 contro il Cesena (secondo classificato) il 3 a 1 sul Foggia (terzo), e in un caso clamorosi come il 6 a 1 a spese dell’Ascoli (quarto alla fine del torneo) che a Marassi dovette subire la tripletta di Corradi e la doppietta di Simoni (Scarrone completò il risultato tennistico). La beffa di Novara dell’anno prima fu vendicata da Bordon sia in casa propria (1 a 0) sia in Piemonte dove gli azzurri soccombettero per 2 a 1.

L’apoteosi (sancita a 53 punti, con 20 vittorie, 13 pareggi e solo 5 sconfitte) ebbe luogo il 17 giugno a Marassi nell’incontro finale contro il Lecco davanti ad oltre 55.000 spettatori in tripudio e preceduta da lanci di paracadutisti sul prato di Marassi. L’ultima vittoria del campionato permise a Corradi – con il goal segnato di testa al 30’ della ripresa – di aggiudicarsi il trofeo Chevron come miglior realizzatore della serie cadetta con 14 reti, seguito ad una sola distanza dal “”gemello”” Bordon. I festeggiamenti – con i, per allora, non ancora consueti tuffi nella vasca di De Ferrari – continuarono come in un carnevale brasiliano tutta la notte anche al Palazzo dello Sport – la promozione cadeva in concomitanza con l’ottantesimo compleanno della Società – mentre ai giocatori e a tutto lo staff tecnico (Silvestri in testa) venne offerta una crociera sul transatlantico Michelangelo, l’ammiraglia e il fiore all’occhiello della Società di Navigazione Italia.

Ma era necessario ritornare ben presto alla realtà perché il primo campionato di serie A (ridotto da qualche stagione a sedici squadre) dopo ben otto anni era alle porte. Non è difficile immaginare lo stato d’animo dei dirigenti che si trovavano improvvisamente a far fronte ad una situazione piacevole sì, ma estremamente impegnativa ed onerosa sotto il profilo finanziario. Silvestri dovette accontentarsi di due grandi campioni del passato – gli ex nazionali Rosato e Corso – il primo roccioso difensore centrale che arrivava dopo sette anni di Milan e il secondo uno dei perni del centrocampo della grande Inter di Herrera che negli anni Sessanta aveva vinto praticamente tutto.

Il terzino Maggioni dall’Atalanta, il libero Busi dal Brescia ed il giovanissimo Mendoza dal Venezuela (che Berrino considerava un suo cadeau personale alla squadra) completavano l’organico, peraltro indebolito dalla cessione di Manera, che l’anno prima, seppur in serie B, aveva rappresentato una costante spina nel fianco delle difese avversarie. Un nefasto presagio di un torneo non propriamente felice fu il rifiuto dei giocatori rossoblù di recarsi a Napoli per disputare una partita di Coppa Italia terrorizzati dell’eventualità di una epidemia di colera (diversi casi erano stati segnalati dalle autorità sanitarie) nonostante tutte le garanzie e le precauzioni che la società azzurra aveva assicurato.

Tuttavia i ventimila tifosi saliti a San Siro per la prima partita del Grifone nella massima serie dopo tanto purgatorio (ed inferno) poterono ammirare un Genoa in grado di imbavagliare sullo 0 a 0 un’Inter, seppur non più all’apice della gloria passata, tuttavia ancora temibile (finirà il campionato al quarto posto). Ma la sconfitta interna con la Fiorentina della domenica successiva (anche perché seguita da due risultati positivi, 1 a 1 a Vicenza e vittoria sulla Roma a Marassi per 2 a 1) non venne recepita come un campanello d’allarme. Sempre più radi i risultati positivi (qualche pareggio qua e là), sempre più frequenti le sonore sconfitte soprattutto contro le blasonate, portarono il Genoa sul fondo della classifica.

Come ho già avuto occasione più volte di sottolineare, nei momenti critici all’antico sodalizio rossoblù viene meno anche l’aiuto della dea bendata, che anzi si ostina a voltargli ripetutamente le spalle. Esempio eclatante si verificò il 10 marzo 1974 quando la Juventus si impose per 1 a 0 a Marassi dopo aver rischiato in diverse occasioni la capitolazione: Corradi per la foga eccessiva finì in rete mentre il pallone – che necessitava solo un leggero tocco per fargli oltrepassare la linea fatale – si bloccò proprio sulla striscia gessata, mentre Corso – soprannominato il “”piede sinistro di Dio”” – per la maestria con la quale imprimeva al pallone le più imprevedibili evoluzioni, proprio con il mancino bullonato prediletto calciò praticamente fra le braccia di Zoff un rigore che avrebbe potuto dare una ben diversa svolta all’incontro.

Per non parlare del derby della domenica successiva pareggiato negli ultimi secondi da Maraschi con una rovesciata tanto spettacolare quanto fortuita, mentre i tifosi rossoblù stavano già assaporando la vittoria favorita da un goal segnato da Derlin dieci minuti prima con il Genoa in dieci per l’espulsione di Corradi. Le due vittorie consecutive contro il Cagliari in trasferta (0 a 1) e il Foggia in casa grazie a due autoreti (contro una rete) dei rossoneri, non furono che il canto di un cigno che stava esalando l’ultimo respiro (sportivo) tra le intemperanze dei tifosi sempre più amareggiati ed inferociti (proclamarono persino uno sciopero durante l’incontro con il Torino), squalifiche del campo e ulteriori colpi di sfortuna. L’unica nota positiva della stagione fu l’esordio – il 2 dicembre 1973 in quel di Cesena – di un giovane (18 anni) e promettente centravanti che – proveniente dalle giovanili – nel prosieguo del campionato aveva sostituito sempre più frequentemente uno spento Bordon: Roberto Pruzzo originario di Crocefieschi località dell’entroterra genovese.

Alla fine del campionato per il Genoa è nuovamente retrocessione e lo sconforto per questo accadimento è ulteriormente aggravato dal fatto che la Sampdoria – anch’essa retrocessa sul campo ma con tre punti in più dei Rossoblù – viene ripescata per un presunto illecito tra Foggia e Verona costrette ad accompagnare il Grifone nella cadetteria. Il giorno dopo l’ultima partita Berrino esce definitivamente di scena anche per motivi personali di vario genere. Fossati rimane di fatto l’unico responsabile del Genoa anche se sotto l’aspetto giuridico dovrà aspettare ancora circa due anni prima di entrare definitivamente in possesso della quasi totalità del pacchetto azionario della Società dopo una complicata vicenda giudiziaria con il socio di minoranza – Gian Luigi Baldazzi – cui Berrino aveva ceduto le proprie azioni al momento del ritiro.

Ci vorranno due anni per riuscire a centrare una nuova promozione. Nel primo – la stagione 1974-75 – la scelta del nuovo allenatore (Silvestri era stato nominato direttore sportivo) si rivelò piuttosto infelice: venne invitato a sedersi sulla panchina rossoblù Guido Vincenzi, una vera e propria bandiera della società blucerchiata per ben sedici anni sia come giocatore sia come allenatore (era peraltro retrocesso – ripescaggio a parte – nel campionato appena concluso) che non riuscì ad entrare nelle grazie dei tifosi. Venduto il talentuoso mediano Maselli al Bologna e ceduta buona parte della vecchia guardia era arrivato il portiere Girardi dal Palermo (insieme al centrocampista Arcoleo), i difensori Mosti dalla Massese e Mutti in prestito dall’Inter, come pure il giovane Bergamaschi dal Milan ed inoltre Chiappara, Campidonico e gli attaccanti Di Giovanni e Canzanese.

Confermati ovviamente Pruzzo, Rosato, Corradi, Mendoza e Corso che però si fratturò una gamba nel corso dell’incontro di Coppa Italia con la Roma a Marassi e – ulteriormente bersagliato dalla sfortuna – dovette subire altri infortuni che gli permisero di prendere parte a ben poche partite. La rosa venne completata a novembre con l’arrivo di Rizzo, un centrocampista di punta con un tiro al fulmicotone, già nel Cagliari di Silvestri e nella Fiorentina di Chiappella vincitrice dello scudetto 1968-69. Partenza a razzo con quattro vittorie consecutive di cui due in trasferta: ma il buongiorno non si vide dal mattino poiché la squadra cominciò a perdere colpi tanto che dopo due sconfitte interne consecutive, alternate peraltro da una vittoria sul campo della Reggiana, Vincenzi venne allontanato e sostituito dall’allenatore in seconda Simoni. L’ex capitano riuscì a dare un gioco convincente ad una formazione tutto sommato non disprezzabile ma sicuramente non pronta per il grande balzo. Arrivò settimo in coabitazione – a 38 punti – con il Foggia e Pruzzo fu la rivelazione del torneo con i suoi 12 goal.

Simoni venne confermato per la stagione successiva (1975-76) e gli bastarono pochi ma oculati ritocchi per costruire una squadra decisamente competitiva: in porta Girardi; Rosato, Rossetti, Croci, Mosti e Ciampoli in difesa; Castronaro, Catania, Rizzo e Mendoza a centrocampo; Conti (il futuro campione del mondo) in prestito dalla Roma, Bonci (ala dal Parma) e il solito Pruzzo all’attacco. Dopo un inizio non esattamente sparato il Genoa giornata dopo giornata riuscì a trovare il ritmo giusto e dopo 38 turni si ritrovò nel terzetto delle promosse, tutte a pari merito (ai Rossoblù la migliore differenza reti con i 57 goal messi a segno contro i 33 subiti). Proprio il Foggia – anch’essa promossa – fu battuta sia a Marassi sia in Puglia (3 a 1 e 2 a 0), mentre da ricordare sono il 3 a 1 sull’Atalanta, il 5 a 2 sul Brescia, il 4 a 0 sulla Sambenedettese, il 3 a 0 in casa della Ternana (tripletta di Pruzzo) e con lo stesso risultato le vittorie interne contro il Taranto e quella dell’ultima giornata contro il Modena. Mattatori dell’attacco rossoblù Pruzzo con 21 reti seguito da Bonci con 17, festeggiati insieme con i loro compagni sul prato di Marassi nientepopodimeno che da Carlos Verdeal, il grande fuoriclasse rossoblù della fine degli anni Quaranta arrivato a Genova per l’occasione.

Ora il Genoa si trovava nuovamente nella massima serie in quella posizione che gli compete per storia e tradizione calcistica. Fossati non vuole cedere alle lusinghe della Juventus che vuole a tutti i costi Pruzzo (peraltro in gran spolvero in Coppa Italia dove segna 5 goal). Firma tuttavia alla “”Vecchia Signora”” un’opzione sul giocatore e con mossa astuta si fa cedere Oscar Damiani, un’ala di prima scelta, soprannominata “”Flipper”” per il suo particolare dribbling. Conti è tornato alla Roma, Bonci si è eclissato, buona parte della squadra dell’anno prima è stata ceduta. I partenti sono stati sostituiti dal libero Onofri, dai difensori Secondini (dal Piacenza), Matteoni (dal Modena), dai centrocampisti Ogliari e Ghetti (che si aggiungerà al gruppo a novembre dal Bologna), dagli attaccanti Urban e Basilico, oltre al ritorno del terzino Maggioni, e alla conferma dei veterani come Rossetti e Rosato.

La partenza (come si verificherà in quasi tutte le squadre allenate da Simoni) è piuttosto blanda: i 5 punti dopo nove giornate avevano fatto temere una fotocopia del torneo 1973-74, ma le quattro successive vittorie consecutive con ben 12 goal all’attivo, lanciano il Grifone in più spirabil aere. Pruzzo e Damiani – I “”gemelli del goal”” rossoblù – sono gli artefici principali della rimonta: grazie alle loro reti l’attacco del Genoa con 40 centri sarà il terzo per prolificità dopo quelli della Juve campione d’Italia e del Torino secondo rispettivamente a 51 e 50 punti. Proprio con i granata i Rossoblù stabiliscono domenica 6 febbraio 1977 un ennesimo primato: per la prima volta una partita del campionato italiano di calcio (terminata 1 a 1 a Marassi) viene ripresa dalla televisione a colori.

I successi ottenuti a Genova sulla Lazio (3 a 1), sul Milan (1 a 0) e soprattutto la vittoria nel derby di ritorno (2 a 1 con un uno-due dei soliti Damiani e Pruzzo) che pesò non poco sulla retrocessione della Sampdoria, e gli 11 pareggi – nonostante qualche battuta a vuoto – permisero al Genoa di posizionarsi in un tranquillo undicesimo posto (in coabitazione con Milan e Bologna). Quell’estate Fossati resistette ancora una volta alle sirene che sempre più forte cercavano di portare via al Genoa la sua punta di diamante, l’ariete che con i suoi 18 goal faceva gola a molte società. Tuttavia la squadra ai box di partenza del campionato 1977-78 rimase pressoché inalterata se si escludono gli arrivi del calabrese Silipo in difesa insieme al lungo stopper Berni prelevato dal Perugia.

Partenza migliore questa volta non si poteva desiderare tanto che dopo quattro giornate (vittorie interne con Lazio e Perugia e pareggi esterni con Milan e Napoli) il Genoa è solo in testa alla classifica. Un fatto che non si verificava da ormai lunghe decadi. L’entusiasmo e la curiosità – anche a livello nazionale – che un fatto così insolito aveva suscitato dovettero ben presto scemare perché il Genoa stava ormai perdendo posizione su posizione. Solo tra la fine di gennaio e la metà di febbraio – con cinque risultati utili consecutivi, tra cui una vittoria con la Fiorentina – sembrò ritornare in carreggiata. Ma un fatto estraneo alle vicende meramente tecniche, fortemente voluto dal presidente Fossati per cercare di portare migliorie alla situazione, si abbatté come un boomerang sulla squadra. Licenziato il direttore sportivo Silvestri – ritenuto non più idoneo – venne chiamato in qualità di plenipotenziario l’ex manager del Varese Riccardo Sogliano.

Questi cominciò a rilasciare dichiarazioni sul futuro della Società e soprattutto sugli acquisti e le cessioni per il campionato successivo proprio mentre il campionato entrava nella sua fase cruciale. Tra i giocatori cominciò a serpeggiare il panico e gli avvenimenti precipitarono, anche se a posteriori sarebbe bastato un poco più di accortezza per non perdere la calma e qualche errore poi pagato a carissimo prezzo avrebbe potuto essere evitato. Clamorosa ad esempio la partita persa in casa contro l’Atalanta (una diretta concorrente nella lotta per non retrocedere) per un colossale errore del giovane ed inesperto portiere di riserva Tarocco o quello di Pruzzo dal dischetto contro l’Inter a Marassi nell’ultimo incontro casalingo terminato con un inutile 1 a 1. Il successivo pareggio di Firenze si rivelò ininfluente ai fini della classifica anche per tutta una serie di risultati che finirono per mettere in salvo tre pericolanti illustri (la stessa Fiorentina, il Bologna e la Lazio) ai danni del Genoa condannato a causa della peggiore differenza reti.

Ancora una volta il Genoa era riuscito in un’impresa clamorosa: retrocedere con una coppia di attaccanti come Pruzzo e Damiani ! Il “”ciclone”” Sogliano – come preannunziato – attuò una vera e propria rivoluzione eliminando più di mezza squadra. Fossati questa volta dovette cedere: Pruzzo – nonostante l’opzione della Juve – prese la via di Roma, per indossare la maglia giallorossa, sorte che sarà divisa in seguito anche da altri promettenti atleti rossoblù. Arrivano in contropartita (oltre ad un bel po’ di “”palanche””) il centravanti Musiello (scartato dopo poche giornate) e nuovamente Bruno Conti (in prestito). Inoltre i difensori Magnocavallo, Gorin, centrocampisti Odorizzi, Criscimanni, Miano, Sandreani, i giovani Miano e Boito, oltre ai confermati Damiani, Girardi, Rizzo, Ogliari.

Il nuovo allenatore Maroso (dal Varese) riesce però ad arrivare solamente alla decima giornata nonostante la vittoria nel derby al quinto turno quando una doppietta di Damiani (che nel secondo tempo si scartò anche il portiere blucerchiato Garella) mise KO i cugini. Al timone della squadra arrivò allora l’ex testina d’oro Ettore Puricelli: costretto anch’egli a gettare la spugna a dieci giornate dalla fine, venne sostituito da Gianni Bui che riuscì a portare in salvo la navicella rossoblù dalla serie C solo all’ultima giornata quando Oscar Damiani riuscì ad infilare la rete ferrarese per l’uno a zero definitivo contro la Spal.

Nuova stagione (1979-80) e nuova rivoluzione societaria: nuovo direttore sportivo (Alfredo Mosconi) e nuovo allenatore, il vulcanico napoletano verace Gianni Di Marzio. Torna Onofri dal Torino, come pure Musiello dall’esilio veronese. Nuovo centravanti sarà l’ex varesino Russo che però non manterrà fede alle aspettative mentre viene promosso a pieni voti in prima squadra (dopo il bell’esordio nel finale del campionato precedente) il forte terzino Sebino Nela. Boito, Girardi, Gorin e Odorizzi sono confermati mentre i nuovi si chiamano Tacchi (ex Avellino), Lorini, Manfrin, Di Chiara, Giovannelli e Manueli. Un campionato all’insegna dell’anonimato con qualche acuto (la vittoria per 1 a 0 sul Como che arriverà al primo posto, quella sul campo del Monza con lo stesso risultato e quella contro i brianzoli per 2 a 0 a Marassi) e qualche rimpianto (il bel derby perso per 3 a 2 dopo essere passati in vantaggio all’inizio della ripresa). I 38 punti nella classifica finale tutto sommato fotografano esattamente il valore della squadra che non si piazza oltre il centroclassifica.

Tutto è pronto per il ritorno di Simoni che nel frattempo ha ottenuto la sua seconda promozione in serie A con il Brescia. Fossati – che qualche mese prima aveva cambiato lo stemma araldico della Società per poter commercializzare quello nuovo, un disco bianco con la testa stilizzata di un Grifone metà rossa e metà blu che i tifosi chiamano con disprezzo “”gallinaccio”” – ha assunto un nuovo general manager: Giorgio Vitali già del Napoli. Ritorna il portiere Martina (qualche apparizione sulla panchina due stagioni prima), arrivano i difensori Caneo e Testoni (a novembre dalla Rggiana), il mediano Corti e gli avanti Cavagnetto (ritornato dopo poche giornate al Como) e Todesco dalla Lazio. Ma il “”colpo”” del mercato rossoblù è Claudio Sala il regista avanzato del Toro dello scudetto. Sarà lui – oltre ai confermati Nela, Boito e Russo – il principale artefice della scalata alla serie A, in un campionato che vede fra le super favorite il Milan (l’anno precedente era finito al terzo posto in serie A!) e la Lazio, retrocesse d’ufficio per la vicenda del calcio-scommesse.

Ma è soprattutto la regolarità l’arma vincente del Genoa che questa volta parte come outsider. Qualche risultato di spicco (come il 3 a 1 sul Pisa o il 4 a 0 con il quale è stato liquidato il Foggia) e cinque mesi di imbattibilità, dal 18 gennaio (2 a 0 all’Atalanta a Marassi) fino al 21 giugno 1981 quando lo stesso risultato ai danni del Rimini sancisce la promozione del Grifone nella massima serie.

Il ritorno in serie A vede la partenza del valido terzino Sebino Nela – come avevo accennato poco sopra – ancora una volta alla Roma. Come contropartita arriva il forte centrocampista Pasquale Iachini (prelevato dalla società capitolina dal Brescia), il difensore Romano e la giovane promessa (mai mantenuta) Capezzuoli. Da Verona giunge il difensore Carmine Gentile, dal Latina il mediano Faccenda. Il tocco di internazionalità arriva dalle Fiandre (da quest’anno ogni società di serie A può avvalersi delle prestazioni di un giocatore straniero): si tratta del nazionale belga René Vandereycken, centrocampista di fascia di indubbio valore. Indosserà la maglia del Genoa sulla quale per la prima volta nel calcio italiano sarà stampato il nome di uno sponsor: quello della stagione 1981-82 è una marca di orologi: SEIKO.

La squadra rossoblù tuttavia – che a novembre si arricchirà di una pedina importante, l’ala Briaschi arrivato al posto dell’evanescente Grop – non disputerà un campionato tranquillo. Ci sarà sì l’eclatante vittoria contro la Juventus (futura campionessa d’Italia) al Luigi Ferraris per 2 a 1, con il risultato ribaltato grazie alle realizzazioni di Romano e di Iachini dopo una solitaria galoppata di quasi cinquanta metri; quella contro il Napoli (arriverà quarto) per 2 a 0; e ai danni del sorprendente Catanzaro (settimo) con lo stesso punteggio. Ma i tifosi dovranno aspettare fino a cinque minuti dal termine del torneo per essere certi della permanenza in A: Faccenda pareggia mettendo in rete in scivolata su un corner procurato con un “”pasticciaccio brutto”” dal portiere napoletano Castellini al San Paolo. Il 2 a 2 definitivo condannerà nuovamente il Milan (con il Bologna e il Como) alla cadetteria.

Di quella stagione – che il Genoa concluderà con una breve tournée ad Hong Kong e a Manila – è da ricordare il gravissimo incidente occorso al capitano dei viola Antognoni che rischiò di costargli la vita: lo scontro con il portiere genoano Martina fu terrificante e solamente il pronto intervento dei sanitari riuscì ad evitare la tragedia che per alcuni lunghissimi secondi sembrò incombere sul Comunale di Firenze. Per il campionato 1982-83 il Grifone si rafforza acquistando un altro straniero: si tratta del nazionale olandese Jan Peters un forte centrocampista che però ha qualche guaio muscolare di troppo. Approda alle rive del Bisagno anche “”Dustin”” Antonelli, centravanti da sei stagioni in forza al Milan, Benedetti, mediano ex Napoli, e dalla Lazio l’attaccante Viola (purtroppo deceduto in un incidente stradale non molto tempo fa). Il Bologna propone ed ottiene un cambio di centravanti: Russo ai felsinei e Fiorini ai genovesi.

La stagione inizia subito all’insegna della jella: Vandereycken si infortuna piuttosto gravemente nel corso di un incontro amichevole con la nazionale belga e per lui il campionato può dirsi finito dopo pochissime giornate. Inoltre Peters spesso deve chiamarsi fuori per i già accennati disturbi muscolari. I due campioni hanno avuto solo un’occasione di giocare assieme: a San Siro domenica 5 settembre in Coppa Italia contro il Milan. Alla fine del primo tempo con i due nordici in campo, il risultato è di 2 a 1 per il Grifo. Vandereycken rimane negli spogliatoi sostituito da Faccenda mentre anche Peters esce dopo 11 minuti rilevato da Boito: il Milan ribalterà il punteggio vincendo per 3 a 2.

Ma il Genoa in campionato ha l’accortezza di battere sistematicamente le avversarie nella lotta per non retrocedere (0 a 1 a Cesena e 2 a 1 a Marassi sempre contro i bianconeri romagnoli, 3 a 0 al Cagliari, 1 a 0 sul Pisa, 4 a 1 ai danni del Catanzaro al Ferraris) e questo gli permettere di salvarsi con una giornata d’anticipo, nonostante le polemiche scoppiate al termine di Genoa-Inter (2-3) quando al goal di Bagni che sanciva la definitiva vittoria dei nerazzurri fecero eco sul campo gli improperi del D.S. Vitali all’indirizzo dell’ala interista. L’Ufficio Inchieste della Lega dopo lunghe indagini l’anno successivo prosciolse le due società.

La salvezza dunque si ottenne l’8 maggio 1983 a Marassi con un pareggio (1 a 1) con la Roma che in quel giorno festeggiava la matematica conquista del suo secondo scudetto dopo quello del 1942. Nella fila giallorosse erano schierati Nela, Pruzzo e Conti…Il Genoa disputa il suo terzo consecutivo campionato di serie A. Non accadeva dai tempi di Meroni e Santos nella prima metà degli anni Sessanta. Simoni vuole trovare un sostituto a Vandereycken che la Società decide di cedere all’Anderlecht poiché lo ritiene ormai al capolinea: il fiammingo continuerà a giocare nel prestigioso club belga disputando anche qualche partita nelle coppe europee e in nazionale. Peters – nonostante gli acciacchi – viene confermato, mentre dal Brasile, acquistato in tutta fretta, arriva in pompa magna all’aeroporto Cristoforo Colombo, accolto da cinquemila tifosi entusiasti, Francisco Chagas Eloi. E’ costui un centrocampista d’attacco dal fisico piuttosto minuto che si era presentato in Italia l’anno precedente in un “”Mundialito”” Fininvest con il Vasco de Gama e di cui si ricordava un goal realizzato al Milan proprio in quel torneo.

Vengono ceduti valide pedine come il difensore Gentile (a novembre) all’Atalanta, il centravanti Fiorini alla Sambenedettese il cui posto viene preso da Canuti e Bergamaschi (ex interisti), e dalle giovani promesse Mileti e Policano (rispettivamente da Avellino e Latina). Pochi giorni prima dell’esordio casalingo con l’Udinese il presidente Fossati ed il capitano Onofri sono i protagonisti di un terribile diverbio tanto che il libero titolare viene messo fuori rosa (verrà reintegrato alla settima giornata). Il primo risultato è una sonora cinquina (a zero) subita al Ferraris per opera delle zebrette friulane trascinate da uno Zico (autore di due reti) in grande spolvero. La prima parte del girone d’andata e quella del ritorno registreranno i risultati più negativi per il Grifone nonostante le vittorie sul Torino (2 a 1) e contro il Catania (3 a 0) entrambe a Marassi. Dalla ventitresima giornata (derby con la Samp finito 0 a 0) tuttavia non si registreranno più sconfitte comprese anche le tre vittorie consecutive contro l’Ascoli (1 a 0), il Milan (2 a 0) e a Catania (1 a 2 ).

Ma anche il successo nell’ultima domenica di campionato sull’ormai scudettata Juventus (2 a 1 con goal decisivo all’89’ del giovane Bosetti) non serve: il Genoa finisce a 25 punti a pari merito con la Lazio; gli scontri diretti danno torto ai Rossoblù che scendono per l’ennesima volta in seconda serie tra la durissima contestazione dei tifosi che chiedono a gran voce la “”testa”” di Fossati, che rifiuta l’offerta di un ben noto imprenditore cittadino di rilevargli il pacchetto azionario. Ma il presidente non demorde e torna prepotentemente sul mercato: licenzia il general manager Vitali e assume Spartaco Landini. Cede Briaschi alla Juve (per circa 5 miliardi), Martina al Torino, Antonelli alla Roma, Romano al Bologna e altri giocatori minori. Eloi tornerà in Brasile al Botafogo mentre Peters rimarrà ancora per una stagione.

Arrivano il portiere Cervone dal Catanzaro, il difensore Bonetti, il centrocampista Mauti, l’attaccante Auteri dal Varese e i rientranti Fiorini e Simonetta dalla Sanremese. Inoltre verrà utilizzata la schiera dei “”Primavera”” tra i quali spiccano Eranio, Rotella e Bosetti. Nuovo ovviamente anche l’allenatore: è Tarcisio Burgnich, il terzino della grande Inter e della Nazionale. Fu un campionato strano con minimi storici per quanto riguarda gli spettatori e gli abbonati, con i tifosi più intenti nel contestare Fossati (alle prese anche con pesantissimi problemi di natura fiscale) dentro e fuori lo stadio che nel supportare una squadra che – se adeguatamente sostenuta – probabilmente avrebbe forse potuto anche ottenere i nove punti che alla fine le mancarono per agganciare il treno della promozione. Un 3 a 0 sul Taranto a Marassi e un 2 a 0 in casa dei pugliesi (che peraltro si piazzeranno ultimi), le vittorie sul prato amico col Lecce (2 a 0), col Bari (1-0), e ai danni del Pisa (1-0) (le tre promosse), un 4 a 1 a Catania e un 2 a 1 su un Bologna ormai in disarmo anche sul proprio campo sono i risultati più significativi di quella stagione. Ma tutto faceva supporre che per il vecchio Grifone si era arrivati ormai ad una svolta epocale.