Flash News
Partite
<
>
Risultati / Classifica

Media Partner

SPONSOR - Progetto - Mediaset Premium
BANNER_IL BALUARDO

1986 VS. 1995 Quindi riuscimmo a intraveder la stella…

(a cura di Aldo Padovano)

Nel giugno del 1985 si affacciò sul proscenio rossoblù un personaggio destinato a lasciare un profondo solco nel bene e nel male nella storia del Genoa nell’ultima parte del XX secolo. Stiamo parlando ovviamente di Aldo Spinelli, calabrese di Palmi ma genovese d’adozione, self-made man, imprenditore di successo nel ramo dei trasporti, deciso a compiere quel grande passo che decine di magnati e finanzieri con pedigree al pesto d’origine controllata si erano sempre ben guardati dall’azzardare nonostante la loro – proclamata ai quattro venti – fede rossoblù. Spinelli nella tarda primavera del 1985 si era semplicemente recato (la leggenda metropolitana sostiene addirittura in vespa) da Fossati per chiedere il 40% delle azioni. Ma resosi conto ben presto dell’impossibilità di una convivenza seppur sportiva con il patron rossoblù, non esitò a mettere mano al portafoglio e ad acquistare l’intero pacchetto azionario. Il 21 giugno 1985 diventa ufficialmente il proprietario del Genoa tra l’entusiasmo dei tifosi che sei giorni più tardi affollano una discoteca di corso Italia dove Spinelli si presenta con a fianco il nuovo amministratore delegato: si tratta dell’ex campione dell’Inter Sandro Mazzola che affiancherà così il suo ex compagno Burgnich confermato alla guida della squadra. Si apre così il primo ciclo della gestione Spinelli (che come si sa durerà ben dodici anni) comprendente le prime tre stagioni: per due volte la promozione viene mancata per un solo punto mentre nel terzo campionato (1987-88) la squadra si salverà dalla C solo all’ultima giornata. Nell’estate del 1985 la campagna acquisti-cessioni era già stata iniziata sotto la gestione Fossati: Bonetti viene ceduto alla Juventu mentre dall’Inter arriva Bini, un libero di valore ma praticamente alla fine della carriera e che alcuni incidenti metteranno più volte fuori squadra. Mazzola e Landini (anch’egli ex interista, non solo confermato da Spinelli ma destinato a rimanergli al fianco fino al suo ultimo giorno di presidenza) acquistano dal Cosenza e dal Campobasso (e non certo a prezzi di favore) gli attaccanti Marulla e Tacchi (figlio d’arte d’un ex rossoblù). Arrivano il difensore Trevisan e i centrocampisti Guerra, Boscolo e Butti (questi ultimi “pallini” di Burgnich) oltre a due giovani terzini: Corino (ex Benevento) e Vincenzo Torrente dalla Nocerina. Inutile sottolineare la futura lunga militanza di Torrente destinato a diventare oltre che capitano della squadra anche uno dei giocatori con il maggior numero di presenze in assoluto fra i rossoblù di tutti i tempi. Tutti questi sostituivano i vari Fiorini, Benedetti, Bergamaschi, Peters (ancora una stagione in serie A con l’Atalanta) che assieme a Onofri (lista gratuita) avevano lasciato la squadra. Confermati Cervone, Policano, Testoni, Mauti, Mileti, Faccenda ed Eranio. Le promesse dell’esordio in Coppa Italia (2 a 2 a Marassi contro il Milan) non vengono mantenute nel prosieguo della stagione. Il campionato si trascina nella mediocrità: le vittorie (14), i pareggi (12) e le sconfitte (12) alla fine pressappoco si equivarranno. Nel girone di ritorno i successi sul Vicenza (1-0) che si piazzerà al terzo posto, sull’Ascoli (vincitore del torneo) ancora di misura, intervallati da uno squillante 4 a 1 (doppiette di Marulla e Mauti) su un Cagliari che da tre anni vivacchia fra i cadetti, rinfocolano le speranze di promozione. Ma i deludenti pareggi interni con Pescara e Lazio e le sconfitte di Cremona ed Empoli persuadono i dirigenti a licenziare Burgnich a sole 5 giornate dal termine. Lo sostituirà Attilio Perotti lasciando temporaneamente la conduzione delle giovanili del Genoa: insieme a Simoni e a Maselli (entrambi in un futuro non lontano prenderanno posto – il primo addirittura per la terza volta – sulla panchina rossoblù) fa parte di quella schiera di fedelissimi formatasi sotto la gestione Silvestri nei primi anni settanta. Ma anche il nuovo giovane tecnico non potrà evitare che due inopinate sconfitte interne (col Bologna e con la Sambenedettese) seppur a cavallo di un successo esterno (2 a 1 ad Arezzo) chiudano per quell’anno al Genoa la porta della serie A. Che avrebbe raggiunto comunque non per meriti propri. Infatti il Vicenza e la Triestina – rispettivamente al terzo e quarto posto e quindi legittimamente promosse – vengono retrocesse d’ufficio perché ritenute coinvolte nello scandalo del calcio scommesse bis: Empoli e Bologna (quinto e sesto a 45 e 41 punti) salgono al loro posto. Il Genoa è settimo a 40: sarebbe bastato un pareggio in casa proprio con i Felsinei e i Rossoblù nostrani si sarebbero ritrovati nella massima categoria. La sfortuna – accoppiata a una certa dabbenaggine – anche quell’anno bussò all’uscio del Grifone: nel marzo del 1986 un grave incidente di gioco a Cesena rischia di stroncare la carriera al promettente Stefano Eranio che comunque si ripresenterà – perfettamente rimesso – davanti al proprio pubblico solo il campionato successivo. A fine stagione Mazzola presenta le dimissioni: l’allora amministratore delegato più volte aveva manifestato diversità di vedute con il Presidente, tanto da sentirsi più un uomo da pubbliche relazioni che un plenipotenziario: rimette così il suo mandato a Spinelli da vero gentiluomo senza grida né strascichi polemici. Perotti viene riconfermato sulla panchina anche per il campionato 1986-87. La campagna acquisti si apre con l’arrivo del giocatore che rappresenterà il perno (e non solo del centrocampo) della nuova squadra: è Sergio Domini regista di talento proveniente dal Modena dove è esploso dopo anni di immeritato anonimato nelle società inferiori. Gli attaccanti Cipriani (dal Lecce col centrocampista Luperto per Tacchi), l’anziano Ambu (dal Monza) e il giovane Rotella (prodotto del vivaio di ritorno dal prestito alla Spal) vanno ad affiancare Marulla nella prima linea. In difesa vengono confermati Cervone, capitan Testoni, Policano , Trevisan e Torrente, mentre il centrocampo – ceduto Faccenda al Pisa – è rinforzato dagli arrivi di Chiappino (dalla Primavera) e soprattutto di Scanziani: l’ex sampdoriano – il cui ingaggio non è visto di buon occhio dai tifosi – si dimostrerà per ben due stagioni un punto di riferimento per la squadra. L’anticipo al campionato è costituito da un torneo calcistico organizzato a Marassi dalla Fininvest: Milan, Argentinos Junior, Sampdoria e Genoa si disputano il “Mundialito” nello spazio di quattro incontri. Martedì 12 agosto 1986 è il quarantesimo compleanno della Sampdoria e dal cappello a cilindro del sorteggio esce fuori il derby: davanti a 40.000 spettatori il Genoa spegne 7 candeline contro le 6 dei cugini aggiudicandosi l’incontro: i tempi regolamentari finiscono 1 a 1 (rete di Policano su punizione e di Vialli su rigore); i supplementari non sono sufficienti e così i tiratori scelti del Grifone azzeccano 6 rigori – uno in più dei blucerchiati – sugli otto a disposizione. Il giorno seguente la finale vede il Milan a contendere il trofeo ai Rossoblù: sono gli ospiti a passare in vantaggio (con Virdis), vantaggio annullato da un goal di Marulla nella ripresa. Supplementari in bianco, mentre al Genoa questa volta sono necessari solo 4 rigori (a 3) per aggiudicarsi il trofeo. Il Genoa parte col piede giusto e all’ottava giornata nel suo carnet vi sono tre vittorie (in casa) e cinque pareggi (di cui quattro in trasferta): un ruolino da promozione che però viene inopinatamente interrotto da due sconfitte consecutive a Messina e a Pisa. Già dalle prime giornate si delinea il leit motiv di tutto il resto del campionato del Grifone: pressoché imbattibile (e imbattuto) fra le mura amiche (con un buon numero di successi ricchi anche di reti), è piuttosto fragile lontano da Marassi dove colleziona ben 8 sconfitte. Tuttavia si tiene sempre a ridosso – e talvolta anche all’interno – della zona promozione sino alla fine: sfiora il colpaccio a Cagliari (che finirà ultimo) facendosi recuperare nella ripresa le due reti messe a segno da Scanziani e Marulla nel primo tempo, supera la Lazio (che era stata retrocessa per illecito e penalizzata di 9 punti) al Ferraris per 2 a 0, crolla a Cesena , ma poi si rifà col Bari in casa con lo stesso punteggio inflitto ai romani. L’ultima giornata prevede la trasferta di Taranto: gli jonici hanno il campo squalificato e la Lega Calcio decide di far disputare la partita a Lecce! La scelta – se è inappuntabile sotto l’aspetto del regolamento (il terreno neutro deve essere almeno a 100 chilometri dalla sede penalizzata) – appare assolutamente grottesca e inopportuna dal momento che il Lecce è in lizza con il Genoa per la promozione. Così i Rossoblù si trovano ad affrontare una squadra con l’acqua alla gola (i Tarantini si salveranno dalla C1 dopo gli spareggi) in uno stadio straboccante di ben due tifoserie unite contro il comune nemico. Il risultato appare scontato vista anche l’idiosincrasia del Grifone per gli incontri che si disputano fuori Genova: la partita finisce virtualmente all’11° della ripresa quando De Vitis insacca il terzo goal per i rossoblù pugliesi (il secondo personale). Il Genoa esce con le ossa rotte e con due espulsi (Scanziani e Policano). Anche la cabala – oltre che l’arbitro Lo Bello junior – non fu favorevole: i genoani scesero in campo indossando una completa tenuta gialla (con bordini rossoblù), un colore che – se è il porte-bonheur del presidente Spinelli – anche in passato non aveva mai portato bene invece alle sorti della squadra nelle sporadicihe volte in cui venne indossata (addirittura sin dagli anni venti) una maglia di quella tinta. Una delle cause della mancata promozione del Grifone (che a causa della sconfitta di Lecce non poté partecipare agli spareggi per il terzo posto) venne individuata nella conduzione tecnica: Perotti era sicuramente un trainer bravo e preparato (nel futuro siederà anche su panchine di società di serie A) ma all’epoca alla sua prima esperienza nel calcio professionistico. E così si preferì lasciarlo ritornare alla Primavera e andare a cercare un altro allenatore con maggior peso anche sotto il profilo della personalità. La scelta cadde su Gigi Simoni – fresco di promozione alla guida del Pisa – che accettò così di ritornare – rinunciando alla massima serie – per la terza volta sulle rive del Bisagno. C’è un altro gradito ritorno anche tra i giocatori: si tratta di Briaschi che giunge a Genova da Torino (sponda bianconera) insieme a Caricola, un difensore destinato a rimanere a lungo in maglia rossoblù. La rosa viene completata col terzino Gentilini (dal Brescia) , il centrocampista Pecoraro (Cagliari) e la conferma dei giovani lanciati da Perotti compresi Spallarossa e Nando Signorelli. Ma si registrano anche defezioni che nel corso del torneo si riveleranno fatali come quelle del portiere Cervone (in prestito al Parma), di Policano (alla Roma in cambio del terzino Mastrantonio), ma soprattutto del regista Domini, uomo faro del centrocampo rossoblù: Di Carlo – estrosa ma discontinua mezza punta che la società giallorossa capitolina cede (insieme all’estremo difensore Gregori) in cambio del talentuoso numero 10 genoano – non servirà a coprire il vuoto lasciato. Le “magagne” della squadra vengono subito a galla aggravate anche da una circostanza indipendente dalle responsabilità della Società: il Comune ha deciso – in occasione dei Mondiali di Calcio del 1990 – di ristrutturare completamente lo stadio di Marassi. Ristrutturare, a dire il vero, è un eufemismo: il Luigi Ferraris sarà di fatto raso al suolo e ricostruito ex novo secondo un progetto (peraltro riciclato) dell’architetto Gregotti. L’idea apparve già allora demenziale anche perché il nuovo stadio (che come si sa non avrebbe mai avuto l’agibilità in quanto realizzato in un’area già estremamente congestionata) si sarebbe ritrovato con quasi 20.000 posti in meno di quello vecchio! Non solo, gli spettatori – a partire dal luglio del 1987 e per i tre anni circa della durata dei lavori – sarebbero stati costretti ad assistere alle partite (escludendo quelle notturne per la mancanza dell’illuminazione) appollaiati come pipistrelli alle strutture superstiti che lasciavano man mano il posto alle nuove tribune. Il campionato 1987-88 ebbe uno svolgimento a dir poco drammatico: già all’ottava giornata si contavano ben 4 sconfitte casalinghe e nessuna vittoria! Gigi Simoni (che nel frattempo aveva fortemente “voluto” e ottenuti il difensore Podavini e il centrocampista Agostinelli) non riesce a dare una parvenza di gioco alla squadra che alla fine del girone di andata si ritrova al quart’ultimo posto in classifica. Spinelli – contestatissimo dalla tifoseria – decide di esonerare Simoni , di richiamare in fretta e furia Perotti e di assumere per la seconda volta nella storia del Genoa il general manager Riccardo Sogliano. Il finale del torneo è al cardiopalma e rappresenta l’ennesima Via Crucis nella storia dei sostenitori rossoblù: dopo una leggera schiarita all’inizio del girone d’andata (vittoria di misura sull’Arezzo e 2 a 0 a Padova) e poco oltre (3 a 1 sul Messina del Professor Scoglio ad aprile), solo il pareggio interno con la Triestina acciuffato da Scanziani a 8’ dal termine e la vittoria interna sul Piacenza (2-1), arrivata allo stesso minuto grazie ad un goal di Gentilini realizzato 180 secondi dopo il pareggio dei rossi emiliani, e nonostante la sconfitta di Barletta che quell’anno si aggiudicò la doppia disfida nei confronti dei Rossoblù portando via tre dei quattro punti disponibili, la porta della salvezza rimane ancora socchiusa. Si arriva così all’ultima giornata, in casa del Modena anch’esso coinvolto nella lotta per non retrocedere: se vuole rimanere in serie B il Genoa ha a disposizione un solo risultato su tre: la vittoria; anche un pareggio sarebbe ininfluente e vantaggioso solo per i “Canarini”. I tifosi – seppur scottati dell’ennesima a dir poco deludente stagione – comprendono che il momento è decisivo per le sorti della squadra e della Società, riescono a serrare le fila e domenica 19 giugno 1988 si presentano in settemila (sindaco Campart in testa) sugli spalti del Braglia a sostenere i giocatori nell’ultimo sforzo. Su un chilometrico striscione disteso al di là della rete di recinzione che divide la curva occupata dai supporter genoani dal campo di gioco è cucita a caratteri cubitali la seguente frase: “Solo chi soffre impara ad amare. Noi soffriamo, ti amiamo e con te torneremo grandi”. La partita si rivelò subito una lotta accanita, ma i giocatori rossoblù – contrariamente a quanto era accaduto l’anno prima a Lecce e nel corso del campionato che stava per concludersi – questa volta si dimostrarono all’altezza della situazione: il rigore realizzato da Di Carlo al 10’ viene pareggiato da un altro penalty messo in rete dal modenese Masolini dieci minuti dopo. Il Genoa riesce a ritornare in vantaggio alla mezz’ora del primo tempo con l’indomito Scanziani. Nella ripresa il Modena – con la forza della disperazione – si getta in avanti quanto meno per ritornare in parità. I genoani – supportati dal tifo dei settemila – stringono i denti: alla loro sofferenza pone fine Briaschi che – ad un minuto esatto dalla fine del tempo regolamentare – concretizza un contropiede e mette alle spalle di Ballotta il goal del definitivo 3 a 1. Alla notizia liberatoria (e poi soprattutto alla sera dopo il ritorno a Genova delle migliaia di supporter che si erano recati a Modena) in città si scatena una sorta di carnevale di Rio con caroselli di auto e tuffi nella fontana di De Ferrari, come se il Genoa avesse vinto uno scudetto. Si concludeva così il primo ciclo della gestione Spinelli, una sorta di duro e spesso drammatico apprendistato durato tre stagioni ma tuttavia propedeutico ad uno fra i più felici periodi del Genoa quanto meno nel dopoguerra. Sogliano si mette al lavoro per costruire finalmente una squadra che possa avere delle serie chance di tornare finalmente nella massima serie lontana nel tempo ormai quasi un lustro, anche se poi abbandonerà la Società all’inizio del campionato per divergenze di idee con Spinelli. Viene ingaggiato il Professor Scoglio reduce dalla panchina del Messina che grazie a lui da un paio d’anni era tornato in serie B. Eoliano, professore di ginnastica (da cui appunto il titolo usato a mo’ di appellativo), dotato di una spiccata personalità, una grande competenza di calcio (e non solo) nonostante sia come giocatore sia come allenatore non abbia mai calcato i grandi palcoscenici, profondo psicologo, preparatore meticoloso quasi maniacale, è la persona giusta – grazie anche al suo spirito positivo – per risollevare il morale e le sorti di una Società, di una squadra e di una tifoseria (da lui ribattezzata “il Popolo genoano”) ormai da decenni connotate di una perenne negatività. Su indicazione del Professore vengono acquistati l’attaccante Fontolan dal Parma, la punta Nappi e il centrocampista Ruotolo dall’Arezzo, le mezzeali Onorati dalla Fiorentina e Quaggiotto dal Bologna, i terzini Ferroni (a settembre dall’Avellino) e Pusceddu (a ottobre dal Cagliari). Confermati Eranio, Torrente, Caricola, Gentilini, Gregori, Signorelli e Briaschi. Scoglio si rende conto che per completare l’organico manca un libero di grande valore, ruolo che il neo acquisto Biagini non può ricoprire con la necessaria autorevolezza. La Roma ha lasciato libero Signorini e Scoglio non vuole lasciarselo sfuggire: Spinelli e l’allenatore hanno un’accesissima discussione all’aeroporto, dove il Professore garantisce che inserendo un libero della forza del romanista è pronto a garantire i 50 punti finali che vogliono significare la promozione in serie A. Con l’inserimento di Signorini (in squadra alla terza giornata) il mosaico è completo. Uno strepitoso precampionato (7 vittorie su 7 partite tra cui una con la Roma battuta a Savona per 2 a 1) è l’aperitivo al grande pranzo del campionato anche se l’antipasto della Coppa Italia non è dei migliori vista la mancata qualificazione, nonostante il bel pareggio a reti inviolate con la Fiorentina a Marassi e la vittoria per 1 a 0 ad Avellino. La marcia del Genoa è sicura, pochissimi i passi falsi: alla quindicesima giornata sono già cinque le vittorie esterne (Ancona, Padova, Cremonese, Catanzaro e Piacenza), una sola sconfitta (a Taranto), pochissimi i goal subiti (alla fine saranno solo 13, un primato per la serie B), e due sonanti triplette interne ai danni della Reggina (ad Alessandria vista l’indisponibilità del Ferraris) e del Licata (con doppietta di Ruotolo). L’exploit del girone d’andata (il Genoa è campione d’inverno) si attenua nella seconda parte del torneo (con Fontolan che si sostituisce a Nappi nelle vesti di cannoniere) dove è la regolarità a dettare legge nel cammino del Grifone verso la serie A. Tra la 28° giornata e la 32° si verificheranno ben cinque 0 a 0 (alla fine saranno 12 su 19 pareggi complessivi): Scoglio aveva puntato soprattutto – e la richiesta di Signorini ne è la conferma – su una difesa ferrea anche se l’attacco non può certo definirsi atomico (sarà il settimo della categoria con 35 reti alla pari con quello del Cosenza). Il Genoa raggiunge la promozione a quattro giornate dal termine grazie ad un pareggio ad Empoli per 1 a 1 davanti a 5000 supporter, mentre l’apoteosi ha luogo all’ultima giornata a Pisa (allo stadio di Marassi sono ripresi i lavori), il 18 giugno 1989: 15.000 tifosi rossoblù affollano l’Arena Garibaldi dove prima della partita col Barletta (vinta ancora dal Grifone con un goal di Eranio) persino il presidente Spinelli si esibisce in una passerella al fianco del suo sponsor politico, l’allora ministro dei trasporti Prandini. Il giorno dopo adunata oceanica in piazza della Vittoria ove affluiscono in 40.000 per festeggiare la vittoria del campionato: il Genoa è arrivato primo a pari merito con il Bari a 51 punti, uno in più dei 50 pronosticati – o meglio profetizzati – a Spinelli da Scoglio. Il vulcanico Professore – che da mesi ha firmato il rinnovo del contratto per la stagione 1989-90 – si mette subito al lavoro e vola in Sudamerica dove ha identificato i tre stranieri che faranno al caso del Genoa. Sono tutti nazionali uruguagi: il “volante central” Perdomo (una sorta di centromediano metodista), il piccolo Aguilera (attaccante veloce e ficcante) e il centrocampista Ruben Paz ingaggiato dopo aver perduto il regista della nazionale sovietica Aleinikov per l’intromissione della Juventus nella lunga ed estenuante trattativa. Partono Quaggiotto, Gentilini, Briaschi, Pusceddu, Onorati, Nappi, (ma questi ultimi due ritorneranno in due diversi periodi) sostituiti da Collovati (si ricostituisce così il tandem difensivo della Roma con Signorini), dal centrocampista Fiorin (ex Parma) e dalla mezzapunta Urban prelevato dal Cosenza. Dopo un bel precampionato (tra cui spicca la vittoria sul River Plate in un quadrangolare a Verona) e una sfortunata apparizione in Coppa Italia (derby perso su un dubbio rigore) il girone d’andata si dimostra piuttosto anomalo: a risultati decisamente positivi (pareggio interno con il Milan per 1 a 1 con il Genoa decimato dagli infortuni e dalle assenze di due stranieri, e le vittorie esterne di Cremona per 1 a 0 e di Udine dove le doppiette di Fontolan e Aguilera rendono vane le due reti delle “zebrette”) fa riscontro una preoccupante serie di sconfitte interne (ben cinque considerando che anche il derby è giocato ufficialmente in casa). In altri tempi e con altri uomini sarebbe scoppiata una mezza rivoluzione e sarebbe saltata la testa di più di un tecnico, ma i tifosi e la dirigenza hanno fiducia nel Professore il quale nella seconda parte del torneo riuscirà ad assicurare al Genoa una salvezza relativamente tranquilla. Sostituito l’incerto Gregori con il portiere di riserva Braglia (prelevato in estate dal Monza) il Grifone si rimette in carreggiata grazie ad un buon numero di pareggi, a qualche vittoria (come quella di Roma contro i giallorossi – grazie a un goal di Aguilera – dove il Genoa non vinceva dal 4 novembre del ’51!) con solo tre sconfitte di misura (clamorosa quella col Napoli al San Paolo all’ultimo minuto!). Il successo sull’Ascoli (reti di Rotella e Ruotolo) all’ultima giornata permette ai Rossoblù di posizionarsi all’undicesimo posto. La cessione di Fontolan all’Inter (già annunciata prima della fine del torneo) e soprattutto la partenza del Professor Scoglio per altri lidi non fanno dormire sonni tranquilli ai tifosi. La sua defezione avviene tra l’altro proprio poco prima di una trasferta in Inghilterra per disputare due amichevoli (Leeds-Genoa 1-1, Sheffield United-Genoa 1-2), ma soprattutto della nuova edizione della Mitropa Cup, gloriosa competizione dell’Europa Centrale di qualche decennio prima ed ora riesumata in tono minore. La manifestazione (che prevede la disputa di due gironi) si svolge in Puglia ed il Genoa arriva alla finale dopo il pareggio a reti inviolate con lo Slavia Praga e la vittoria per 6 a 0 sull’Osijek. L’incontro definitivo (21 maggio 1990) avrebbe dovuto svolgersi in campo neutro, mentre ha luogo a Bari proprio contro la squadra locale: a rigor di regolamento i “galletti” pugliesi non avrebbero dovuto partecipare alla competizione essendo questa riservata alla squadra italiana prima nel campionato cadetto 1988-89, e cioè il Genoa , arrivato sì a pari punti con i baresi, ma con una migliore differenza reti. Inoltre i padroni di casa rinforzarono la propria formazione con alcuni elementi del Lecce, mentre il Genoa era orfano, appunto, del suo trainer e di una delle sue punte più forti. Finì 1a 0 per il Bari in una notturna trasmessa dalla RAI: il presidente della Federazione Matarrese poteva così esultare visto che il “suo” Bari (e di suo fratello che ne era il presidente) andava ad aggiungersi alle altre squadre italiane che – guarda caso – proprio nell’anno dei Mondiali in Italia si erano aggiudicate tutte le coppe europee. Qualche giorno dopo arriva a Genova il nuovo allenatore: si tratta di Osvaldo Bagnoli colui che è riuscito nel “miracolo” di far conquistare uno scudetto al Verona nel 1985. Gran conoscitore di calcio e del mondo del calcio (aveva giocato nel Milan di Nordahl e Schiaffino), è un uomo di poche parole ma che lascia parlare i fatti. Ceduti due dei tre uruguaiani (Perdomo e Paz non avevano convinto per motivi diversi) insieme a Gregori e Urban, Bagnoli fa rientrare Onorati dall’Avellino ed Elio Signorelli, mentre vengono acquistati il regista Bortolazzi dall’Atalanta e la punta Pacione dal Torino. Ma il “colpo” dell’estate è rappresentato dall’acquisto del centravanti della nazionale cecoslovacca Thomas Skuhravy (autore di 5 goal ai Mondiali testé terminati): è un ariete alto oltre un metro e 90 per più di 80 chili forte sia di testa sia con entrambi i piedi. Sono ovviamente confermati i vari Aguilera, Ruotolo, Signorini, Eranio, Collovati, Fiorin, Braglia, Caricola, Ferroni e Rotella (quest’ultimo fino a novembre). Spinelli nel frattempo continua il suo tete-a-tete con l’URSS con la quale non rinuncia a mischiare affari e calcio: dopo la debacle subita con Aleinikov ora torna alla carica per un altro suo pupillo – la mezza punta Dobrovolski – che riuscirà ad acquistare solo a novembre inoltrato dovendo però dirottarlo in prestito al Castellon poiché a quell’epoca, come vedremo, avrà appena ingaggiato un altro straniero (nel 1990 non erano permessi più di tre giocatori che non fossero italiani per squadra). Il Genoa ha un discreto inizio di campionato caratterizzato da diversi pareggi, un paio di sconfitte esterne e una squillante vittoria sulla Roma (3 a 0) grazie ad un goal di Onorati ed a una doppietta di Aguilera. Bagnoli tuttavia si rende conto che c’è ancora una lacuna nella formazione: infatti manca un terzino sinistro. Dopo il rifiuto di Pusceddu di ritornare a Genova, la scelta cade su Claudio Vaz Leal detto Branco, terzino di fascia della nazionale brasiliana (ben due Mondiali fino a quell’anno, vincerà poi quello del 1994) già in forza al Porto e per due stagioni (1986-87 e 1987-88) al Brescia. Si arriva così a mercoledì 21 novembre: Coppa Italia, ottavi di finale. Il Genoa deve ribaltare a Marassi il 2 a 0 subito all’Olimpico all’andata contro la Roma. Il Grifone non va al di là dell’1 a 1 ed il pubblico “crocifigge” con insulti e feroci contumelie Bortolazzi reo di aver sbagliato un rigore la cui realizzazione avrebbe potuto rovesciare le sorti dell’incontro (quell’anno sarà proprio la Roma ad aggiudicarsi la Coppa). Bagnoli non ci sta e difende a spada tratta i suoi ragazzi anche a costo di mettersi contro i tifosi che riprende severamente. E considerato che questa coraggiosa difesa d’ufficio avviene proprio alla vigilia del derby d’andata contro una Sampdoria prima in classifica (una sconfitta gli sarebbe probabilmente costato l’esonero) il gesto del buon Osvaldo dimostrò ancora una volta la sua profonda onestà e serietà professionale. Ma fu proprio il derby di domenica 25 novembre a mutare le sorti del campionato dei Rossoblù. Il Genoa (che non può schierare Signorini fuori per infortunio) chiude il primo tempo in vantaggio con uno splendido goal di Eranio proprio sotto la gradinata Sud. La Samp, seppur frastornata, riagguanta il pareggio grazie ad un rigore trasformato da Vialli al 4’ della ripresa. I Grifoni continuano a macinare gioco, i blucerchiati non riescono ad ingranare. Poi, al 28’ la svolta. Una punizione a due a pochi metri dall’area sampdoriana viene “toccata” da Aguilera per Branco: il brasiliano col suo piede preferito – il sinistro – lascia partire un proiettile che si infila nel sette sulla destra del portiere Pagliuca vanamente proteso alla parata. Il risultato non cambierà più, anzi è il Genoa a concludere la partita all’attacco. Dopo dodici anni finalmente si è infranto il sortilegio che impediva al Grifone di battere la Sampdoria in un derby di campionato (l’ultima vittoria risaliva al 22 ottobre 1978 in serie B: Sampdoria-Genoa 0-2, con doppietta di Damiani). Da quel momento in poi il cammino del Genoa si fa sempre più esaltante: vittorie si susseguono a vittorie, alcune addirittura clamorose: a Marassi saranno costrette a segnare il passo il Parma di Nevio Scala (2 a 1, Aguilera e Branco), la Fiorentina (3 a 2 con doppietta di Skuhravy e rete di Aguilera), la Lazio (ancora due goal del ceco più uno di Bortolazzi), l’Inter di Trapattoni (3 a 0, Ruotolo, Skuhravy e Aguilera), mentre le cosiddette “piccole” vengono spesso travolte (4 a 1 al Cesena , 2 a 0 all’Atalanta, 4 a 2 al Pisa, 3 a 1 al Bari). Altri acuti (e qualche passo falso) anche fuori casa: una tripletta al Lecce (Eranio e Skuhravy, 2) e una di Aguilera al derelitto Bologna destinato quell’anno a scendere in serie B. Un capitolo a parte è dedicato alla doppia sfida con la Juventus. Il 20 gennaio 1991 (ultima partita del girone d’andata vinta grazie ad una rete di Skuhravy) è una data storica: dopo ben 53 anni e due mesi i Rossoblù tornano a battere la Vecchia Signora a Torino (ultima vittoria: 21 novembre 1937, Juventus-Genoa 1-2). Ma non è tutto. 26 maggio 1991: ultima partita di campionato, a Marassi si incontrano Genoa e Juventus rispettivamente a 38 e 37 punti; chi vince conquisterà oltre che i due punti anche il diritto a partecipare alla Coppa UEFA della stagione seguente. I ragazzi di Bagnoli disputano l’ultima partita capolavoro di quel torneo: Branco al 20’ del primo tempo (con una delle sue “bombe” su punizione) e Skuhravy al primo minuto della ripresa mettono il sigillo ad una prestazione superba davanti a 40.000 tifosi in delirio. Bisogna risalire addirittura al campionato 1914-15 per trovare un doppio successo del Grifone contro i Bianconeri (4 a 0 a Torino e 5 a 2 a Genova)! Un altro sortilegio sfatato in quella magica stagione! Ed è necessario tornare con la memoria al campionato 1941-42 per ritrovare il Genoa terminare il torneo di serie A al quarto posto mentre era dal 1938 che i Rossoblù (se si escludono le due Coppe delle Alpi e quella dell’Amicizia dei primi anni sessanta) non partecipavano ad una importante competizione europea. Nel frattempo vengono convocati dopo trent’anni (l’ultimo era stato Buffon nel 1960) giocatori del Grifone per la Nazionale (diretta da Vicini): si tratta della cosiddetta “catena di destra” del centrocampo genoano e cioè Eranio (disputerà otto partite) e Ruotolo (una partita). Si respirava qualcosa di nuovo nell’aria in quei giorni (anzi, di antico, direbbe il poeta); si aveva la sensazione che mancasse solo qualche ritocco per poter allestire una squadra che potesse puntare veramente in alto. Tuttavia il presidente Spinelli non se la sentì di mettere ulteriormente in atto degli investimenti sostanziosi: arrivarono solo il portiere di riserva Berti dall’Olbia e l’anziano attaccante Iorio a novembre dall’Inter. Così poté considerarsi già un gran successo che nessun titolare venisse ceduto. La stagione 1991-92 rimane nel ricordo come quella della disputa della Coppa UEFA. Nessuno si sarebbe aspettato (anche se tutti se lo auguravano) un cammino così autorevole in Europa da parte della squadra rossoblù. Dapprima viene eliminato il Real Oviedo: sconfitta di misura in Spagna – dove migliaia di tifosi giungono con una lunghissima carovana automobilistica – e 3 a 1 a Marassi con la qualificazione acciuffata ad un minuto dal termine grazie ad un colpo di testa con avvitamento aereo di Skuhravy, autore di una doppietta (il terzo goal è di Caricola). Poi è la volta della Dinamo di Bucarest: ancora 3 a 1 a Genova (coppia di reti di Aguilera e goal di Branco) pareggio per 2 a 2 in Romania (autorete di Matei e ancora Aguilera). Il Genoa approda così agli ottavi di finale dove l’attende un’altra rappresentativa di Bucarest, lo Steaua. La prima gara si disputa in Romania e la squadra di Bagnoli ipoteca il passaggio del turno con un gol di Skuhravy al 21° del primo tempo. Il bis, nel ritorno, lo firma “”Pato”” Aguilera al 15° della ripresa, con una rete che manda in paradiso i soliti quarantamila accorsi allo stadio, gonfi di orgoglio per l’autorevolezza del cammino europeo intrapreso dal Grifone. Le ostilità riprendono in primavera e il sorteggio decide sia il blasonatissimo Liverpool a contrastare il cammino del Genoa. La partita d’andata (in occasione della quale viene sancito il gemellaggio tra le due società) è decisa da un goal di Fiorin nel primo tempo e da una fucilata di Branco su punizione nel secondo a pochi istanti dal termine. Ma l’apoteosi avrà luogo il 18 marzo proprio all’Anfield Road, in casa dei temibilissimi “Reds”: la rete del vantaggio segnata da Aguilera al 27’ del primo tempo viene pareggiata da Rush a 4 minuti dall’inizio della ripresa; ma è ancora Aguilera al 72’ ad infilare il goalkeeper inglese Hooper su passaggio di Eranio a conclusione di una ficcante azione di contropiede. Il risultato non cambierà più grazie anche alle strepitose parate di Braglia: i ragazzi di Bagnoli escono dal leggendario stadio tra le ovazioni dei 3000 sostenitori e gli applausi dei 37.000 tifosi indigeni. Il Genoa è la prima squadra italiana a battere il Liverpool sul suo terreno in una competizione ufficiale. Prima di allora le due squadre si erano incontrate solo una volta in un’amichevole a Marassi il 4 giugno del lontanissimo 1922. Quella volta fu il Liverpool a superare i Grifoni per 4 a 1: la nemesi sportiva era stata così consumata (la somma dei punteggi delle due gare di Coppa UEFA da’ lo stesso risultato di quella antica amichevole, questa volta a favore del Genoa). Non so se – come scrisse il poeta T.S. Eliot – aprile sia davvero il mese più crudele dell’anno, ma sicuramente nel 1992 lo fu per il Genoa che proprio nella prima metà di quel mese vide svanire per un soffio la qualificazione alla finale. La sorte aveva deciso che un’altra gloriosa società si frapponesse fra il Grifone e la conquista del suo primo importante trofeo internazionale: l’Ajax di Amsterdam. Era evidente che i dirigenti non pensavano che l’avventura in Europa si sarebbe protratta così a lungo e così non era ancora stata decisa l’entità dei premi partita in caso di vittoria. I giocatori scelsero il momento meno opportuno per far rilevare alla Società questa inadempienza facendo pervenire al Presidente un comunicato (che si potrebbe definire “sindacale”) proprio pochi istanti prima dell’incontro d’andata a Marassi. E non si trattava certo d’un pesce d’aprile anche se la data lo faceva supporre. Questo fatto incise non poco sullo stato d’animo degli atleti, tanto che dopo un’ora di gioco l’Ajax conduceva già per 2 a 0. In 7 minuti (tra il 73’ e l’80’) Aguilera riuscì a raddrizzare il risultato, ma a sessanta secondi dalla fine Winter fissò definitivamente il punteggio sul 3 a 2. La partita – a cui presero parte tra le fila dei biancorossi olandesi Van’t Schip e (seppur per pochi minuti) Vink, due giocatori che si sarebbero rivisti ben presto a Genova – nata sotto un cattiva stella era terminata sotto una ancora peggiore. Quindici giorni dopo ad Amsterdam il Genoa (seppur privo di Aguilera per squalifica) rischiò di vincere la partita essendo passato in vantaggio al 37’ con Iorio. Il bel sogno finì al primo minuto della ripresa quanto Bergkamp mise a segno la rete del definitivo pareggio. Se la partecipazione del Genoa alla Coppa UEFA – nonostante l’amaro epilogo, reso leggermente meno agre dalla conquista del trofeo proprio da parte dello squadrone olandese – doveva essere considerata decisamente positiva, non altrettanto poteva dirsi del campionato. Dopo un inizio affatto promettente (tra gli altri incontri una vittoria sulla Juve a Marassi per 2 a 1 e un pareggio a S.Siro con un Milan che solo grazie ad un più che dubbio rigore a pochi minuti dal termine riesce a scippare al Genoa una strameritata vittoria), quando per qualche settimana i Rossoblù sopravanzano in classifica i cugini, la situazione peggiora domenica dopo domenica. Alla fine del girone d’andata i punti sono 17, solo 12 quelli incamerati nel ritorno; le ultime sei partite del campionato si tramutano in altrettante sconfitte, una combinazione di risultati che ricordava il campionato 1948-49 quando furono cinque gli ultimi incontri del torneo inspiegabilmente terminati a punteggio vuoto. La squadra si piazza al 13° posto in coabitazione col Cagliari, una posizione decisamente deficitaria se consideriamo che anche in questo campionato i due attaccanti titolari Thomas Skuhravy e “Pato” Aguilera misero a segno rispettivamente 11 e 10 reti (30 complessivamente il torneo precedente) risultando una fra le coppie d’attacco più prolifiche di tutta la storia genoana (fisicamente e come divisione dei ruoli ricordavano il centravanti Grant e l’ala Walsingham del 1912-14) e, insieme a Branco, altro fuoriclasse di statura internazionale, componevano il terzetto straniero meglio assortito che si fosse mai visto sul prato di Marassi. Nell’estate del 1992 – proprio quando si pensava che nonostante tutto fosse iniziato un ciclo – il giocattolo si ruppe. I primi pezzi (e che pezzi!) a partire furono l’allenatore Bagnoli (aveva annunciato ufficiosamente il suo abbandono ancora a campionato in corso), seguito da Eranio (destinazione Milan) e Aguilera (al Torino). Si era così concluso – anche se lui non lo sapeva ancora – il secondo ciclo della gestione Spinelli, quattro anni di grandi soddisfazioni (per molti dimenticate da troppi decenni, per moltissimi mai assaporate) e l’accensione nel cuore dei tifosi della speranza che finalmente il Genoa potesse piazzarsi stabilmente fra le grandi del campionato. Ma il destino ancora una volta aveva deciso diversamente. Cominciava dunque la terza fase, quella che nel giro di tre anni avrebbe fatto ripiombare il povero Grifone ancora una volta nel purgatorio dei cadetti. Il campionato 1992-93 è caratterizzato dal succedersi di ben tre tecnici sulla panchina rossoblù, un’abitudine che sembrava ormai dimenticata dal nostro beneamato sodalizio. Il primo è Bruno Giorgi, già trainer della Fiorentina. Con lui arrivano i giovani e promettenti terzini Fortunato e Panucci, l’esperto portiere Tacconi (dopo nove anni alla Juventus), l’ex ala dell’Ajax Van’t Schip, l’attaccante Padovano dal Napoli e finalmente (per la gioia del presidente Spinelli) il russo Dobrovolski. Dopo sette giornate il Genoa ha inanellato ben sei pareggi (tra cui un rocambolesco 4 a 4 con l’Ancona) e una vittoria (4 a 3 sul Pescara): un ruolino tutto sommato positivo, ma che i tifosi (abituati a ben altra musica) mostrano di non apprezzare. Ma la sconfitta nel derby e la debacle interna contro il Cagliari la domenica successiva inducono il frastornato e contestatissimo Giorgi a presentare le proprie dimissioni. Arriva Gigi Maifredi, già “mago” del Bologna e per una stagione alla guida della Juventus: nonostante i proclami la musica non accenna a variare. Rimarrà sulla panchina del Genoa dodici domeniche: gli saranno fatali (nonostante i successi interni con il Torino e il Napoli, entrambi per 2 a 1 e quello per 1 a 0 sull’Atalanta) le tre sconfitte consecutive contro Roma, Juventus e Lazio (quest’ultima a Marassi dove i biancazzurri recuperano i due goal iniziali di Padovano e Skuhravy). Viene sostituito dall’allenatore della Primavera (incarico che ricopriva dal 1986, quando aveva rilevato per tale incombenza il suo ex compagno di squadra Perotti) Claudio Maselli: grazie ad una lunga serie di pareggi (9) e un paio di vittorie esterne (2 a 1 a Pescara e contro l’Atalanta costretta per squalifica a giocare sul neutro di Bologna) l’ex mediano destro dei tempi di Silvestri riesce a condurre in porto la squadra ed a ottenere la salvezza per il Genoa piazzatosi tredicesimo a 31 punti, appena uno sopra il Brescia e la Fiorentina che quell’anno retrocedono. Maselli viene confermato anche per il campionato successivo ed è con lui che i dirigenti, i giocatori e la tifoseria il 7 settembre celebrano i cento anni di vita della più antica società italiana di calcio: oltre 40.000 persone affollano l’area dell’Expò nel Porto Antico per i festeggiamenti del centenario del Genoa. Viene ceduto Branco (l’estate seguente vincerà con la sua nazionale, il Brasile, i campionati mondiali negli USA) sostituito tuttavia dal forte terzino rumeno Dan Petrescu (ex Steaua e Foggia). Anche la rivelazione Fortunato (destinato a scomparire di lì a poco per una gravissima malattia) dopo un solo anno in rossoblù passa per ben 10 miliardi e mezzo alla Juventus, rimpiazzato dal difensore Lorenzini dall’Ancona, mentre Panucci (al Milan) è sostituito dalla giovane promessa Galante. Il centrocampo viene completato dalla promozione di Luca Cavallo (solo sette apparizioni la stagione precedente per il giovane prodotto del vivaio) e – a novembre – dall’acquisto del trentenne centrocampista del Ferencvaros Lajos Detari (già in Italia nelle fila del Bologna e dell’Ancona). L’attacco è rimpolpato dal ritorno di Nappi, e dagli arrivi di Ciocci (ex Spal) e del coloured Marciano Vink (che raggiunge così il suo ex collega dell’Ajax Johnny Van’t Schip). Maselli non riesce a terminare sulla panchina il girone d’andata: troppe le sconfitte soprattutto subite dalle dirette concorrenti per la salvezza (di cui alcune in casa propria): non servono le belle vittorie contro la Roma (2 a 0 alla prima giornata), contro l’Inter di Bagnoli (1 a 0) e soprattutto la splendida quaterna (a zero) inflitta all’Udinese allo stadio “Friuli”. Ancora un ritorno: è la volta di Franco Scoglio il quale è felicissimo di tornare visto il suo mai interrotto (nonostante la distanza) feeling con il “popolo rossoblù”. L’arrivo del Professore è un vero e proprio toccasana per una squadra non ancora registrata dopo sedici partite: nei rimanenti diciotto incontri il Genoa subirà solo due sconfitte, rimarrà imbattuto per dieci domeniche di fila e nel girone di ritorno totalizzerà 19 punti (solo Juve, Milan, Lazio e Samp faranno meglio nella seconda parte del torneo) che gli permetteranno di piazzarsi al 10° posto insieme alla Cremonese e al Cagliari. Da ricordare le splendide vittorie sull’Udinese (doppietta di Skuhravy e Onorati) e sull’Inter a San Siro: Ruotolo (2 goal) e Skuhravy rendono vana la rete in apertura dell’interista Schillaci (l’ultimo successo del Genoa a Milano contro i nerazzurri risaliva al 17 aprile 1955, Inter-Genoa 0 a 1: come nel campionato che stiamo trattando anche in quella stagione i Grifoni si aggiudicarono entrambi gli incontri sia all’andata – 2 a 0 a Genova – che al ritorno). Indimenticabile anche la straordinaria serpentina di Vink che si concluse con la sua rete nel derby del 10 aprile 1994 poi terminato 1 a 1. Il Professore da tempo sta preparando un “progetto” che avrebbe dovuto riportare il Genoa ai livelli della Coppa UEFA: ha in mente tre giocatori – Di Canio (dal Napoli), Klinsmann (dal Monaco) e Jokanovic (Real Oviedo) – che costituirebbero un trio strepitoso in previsione del primo campionato con tre punti ogni vittoria invece dei canonici due. Il tutto sarebbe possibile grazie alla cessione di Skuhravy al Marsiglia o al Leeds disposti a fare follie per averlo. Ma il presunto rifiuto del gigante boemo di lasciare Genova (o forse le non perfette condizioni del suo ginocchio) – e il rifiuto di Spinelli di affrontare un investimento di tale portata senza una contropartita economica di peso – convinsero il Professore a fare di necessità virtù. Giunsero così a Genova il difensore Delli Carri dal Torino (2 presenze in Nazionale B), l’incontrista dell’Internazionale Manicone, il centrocampista laziale Marcolin, il portiere di riserva Micillo dalla Juventus (che però giocherà più partite del titolare Tacconi e del pur bravo Spagnulo). Ma quella del 1994 verrà ricordata come l’estate di Kazuyoshi Miura, il primo calciatore giapponese acquistato da una società italiana, uscito dal cappello da prestidigitatore di Spinelli. Miura, centravanti ventisettenne della nazionale nipponica con un passato di vacanza-studio nel Santos di Rio de Janeiro, in patria è una specie di eroe nazionale: soprannominato “Kazù” è una sorta di sponsorizzazione vivente, praticamente il Genoa viene pagato per farlo giocare: l’amichevole precampionato con il Borgo Valsugana è trasmessa in diretta in Giappone da una rete televisiva locale. Tuttavia l’impatto (e non solo in senso figurato) con la realtà italiana è durissimo. Nella partita d’esordio a San Siro contro il Milan il libero della nazionale italiana Baresi colpisce involontariamente con la nuca il volto di Kazù proteso per il colpo di testa. Il centravanti è costretto ad uscire con una frattura composta al setto nasale. Il cammino del Genoa in quella prima frazione del campionato se non può essere definito brillante (con qualche sconfitta di troppo) neppure può considerarsi preoccupante grazie soprattutto ad alcune belle vittorie: 3 a 1 alla Reggiana (goal capolavoro di Onorati il cui tiro al volo dal vertice destro dell’area si infila nel sette della porta granata), 2 a 1 al “Rigamonti” col Brescia e stesso punteggio sull’Inter a Marassi. Siamo alla decima giornata, il Genoa ha cinque squadre sotto di lui in classifica, ma Spinelli decide di licenziare Scoglio, sacrificato sull’altare per aver emarginato il giapponese. Viene invitato a sedersi sulla panchina orfana del Professore Pippo Marchioro, esonerato a sua volta un paio di domeniche prima dalla Reggiana: il Genoa può così fregiarsi di un altro primato in quanto Marchioro è il primo tecnico, dall’adozione del girone unico (1929), ad allenare due squadre diverse nella stessa stagione come stabilito dal nuovo regolamento. E un altro primato venne conseguito proprio in quei giorni: il Genoa era la prima società italiana ad aver fatto sottoscrivere ad un proprio giocatore (Gennaro Ruotolo) un contratto che ne garantiva le prestazioni fino all’anno 2000 (e che con grande soddisfazione di tutti è stato ulteriormente rinnovato). Passano altri 14 turni e anche Marchioro è invitato cortesemente a lasciare nonostante alcune vittorie con le altre pericolanti (2 a 1 al Padova, 1 a 0 col Brescia e a Reggio Emilia) ed un successo di misura sulla Roma (rete del solito Skuhravy) che arriverà quinta. A dieci giornate dalla fine viene riesumato Maselli: le vittorie nel derby (vinto praticamente da solo da Skuhravy, autore del rigore decisivo dopo il vantaggio di Platt e il pareggio di Van’t Schip), sul Foggia (3 a 0, ancora Van’t Schip, Skuhravy e Ruotolo) e sul Torino in casa (è nuovamente il generosissimo Thomas il marcatore della rete rossoblù) oltre ai quattro pareggi non servono a tenere il Genoa in serie A. Proprio alla fine del match con i granata i giocatori rientrano mestamente negli spogliatoi dove però sono raggiunti da una notizia confortante: l’Inter a tempo praticamente scaduto ha battuto il Padova a San Siro (2 a 1, rete “della speranza” di Del Vecchio) rimettendo in gioco inaspettatamente il vecchio Grifone e inguaiando i veneti. Gli atleti rossoblù ritornano nuovamente in campo e – capitan Signorini in testa – vanno ad esultare sotto la Nord. La quarta squadra che accompagnerà il Foggia, la Reggiana e il Brescia fra i cadetti dovrà uscire dallo spareggio di Firenze il 10 di giugno 1995. Il Genoa che si presenta all’incontro definitivo non ha certo lo spirito di chi si gioca in 90 minuti o poco oltre tutto un campionato. Dopo 19 minuti è già sotto di un goal realizzato del padovano Vlaovic pareggiato tuttavia alla mezz’ora da un imperioso stacco vincente del solito eroico Skuhravy. I supplementari non avranno esito alcuno e così si passa ai calci di rigore: il Padova ne realizzerà 4 contro i soli 3 dei Rossoblù cui risulterà fatale l’errore di Fabio Galante. Come fatale (purtroppo nel significato letterale del termine) si rivelò quello spareggio ad un paio di tifosi genoani stroncati sul campo dalle troppe emozioni. Un’appendice luttuosa che aveva avuto un prologo altrettanto funesto nel corso di quella stagione in occasione dell’incontro con il Milan a Marassi di domenica 19 gennaio quando – poco prima della partita (sospesa su decisione dei giocatori alla fine del primo tempo) – il giovane tifoso rossoblù Vincenzo Spagnolo era stato accoltellato a morte da un ancor più giovane sostenitore rossonero.”