E luce fu. Come il dribbling abbagliante di un fulmineo gioco di gambe. Palla c’è, palla non c’è. Come la carriera da mille e una notte. Più di mille gol. Più di mille partite. Lampi di genio con le magie di un dono piovuto dal cielo così. E’ un record insuperato, chissà, insuperabile quello infilato da Pelé, la ‘Perla nera’, alla collana dei primati nel calcio. Tre volte campione del mondo con il Brasile. Che meravigliosa fatica passare la vita a firmare autografi. Ma che bel insegnamento farlo con il sorriso. Sta facendo il giro del mondo in queste ore, questi giorni, l’abbraccio collettivo e il tributo affettuoso che il popolo del calcio, non solo, sta riversando verso Edson Arantes do Nascimento.

Per tutti O’ Rey. Uno che i gol li segna anche fuori. Fuori dal campo, fuori dal tempo. La fama è immortale. Il primo a salire la scala dei gradini più alti, tra i fuoriclasse dei fuoriclasse che hanno impresso il marchio. Poi date fissate coi chiodi al muro dei ricordi. Il Genoa ne (ap)punta due. 30 giugno 1959. Aveva 18 anni Pelé quando, davanti ai 50mila del “Ferraris”, timbrò il palo nell’amichevole tra Grifone e Santos. Finì 4-2 per i rappresentanti della nazione penta campeon do futbol. Dieci anni dopo, sempre a Marassi, il 24 settembre 1969, servì due gol (uno su rigore) e un assist – il profumo inebriante sotto il naso degli ammiratori -, nel 7-1 con cui i paulisti concessero il bis contro una mista Genoa e Sampdoria. Il re è morto. Viva il re.