Pubblichiamo l’articolo scritto da mister Nicola, uscito nell’edizione odierna del quotidiano “Il Secolo XIX”.

 

 

Non è il mio campo.

Quello riaprirà tra qualche tempo, quando tutti potremo lavorare in sicurezza. Un giorno ci daranno la notizia che aspettiamo da tempo. E noi aspettiamo con fiducia.

Non è il mio campo, però è il nostro mondo. Per questo credo sia giusto rispondere a chi mi chiede quali siano in questo momento i pensieri del cittadino, Davide Nicola, l’uomo della strada, quando in strada si potrà tornare a passeggiare e a giocare, senza mettere a rischio la salute di tutti e la nostra.

Io faccio anche l’allenatore del Genoa, ed è per questo che mi conoscono. Prima ancora ho fatto il calciatore, per passione e professione. In entrambi i casi ho iniziato a camminare con passo più sicuro quando ho scoperto e compreso l’importanza di sapersi adattare: “Prima ti adatti, più lo fai con lucida convinzione, meglio diventi operativo ed efficace”, mi dicevano. Eppure qualcosa non tornava.

Per adattarsi serve tempo, e di ciò non se ne può fare una colpa a nessuno. Perché il tempo è ciò che scandisce la nostra vita e ciascuno viaggia ad un suo proprio ritmo.

È servito tempo per capire la reale portata di questa pandemia. Per comprendere che passeggiare per strada, baciare i propri figli, esultare dopo un gol, stringere la mano a un amico sarebbe diventato un gesto da evitare. Sbagliato. Dannoso.

Per uno sportivo professionista il concetto di adattamento è molto interessante. Perché l’adattamento, lo abbiamo già detto, è una richiesta di tempo: tempo per adattarsi a una città, a un nuovo allenatore, ad altri giocatori da allenare, a compagni diversi, schemi mai provati prima, stadi, avversari, sfide che cambiano per novanta minuti. La gestione del recupero dopo il novantesimo.

Adattarsi è sincronizzare la tua velocità con ciò che accade attorno a te. Fino ad essere tu stesso a determinare gli eventi, invece che attraversarli o subirli.

Ebbene, in questo percorso di adattamento noi non siamo soli. O almeno, il punto non è fare la corsa su se stessi. Perché quello è un altro sport.

Noi – conglomerato di atomi, individui, amici, coppie, famiglia, collettività, civiltà, specie, esseri viventi – siamo nati per fare squadra.

E in una squadra, l’adattamento è sempre un risultato del gruppo: ciò vuol dire che chi è avanti deve guardarsi indietro, tendere la mano ad un compagno e portarlo a sé, compensando e rispettando la sua specifica richiesta di tempo. Una volta fatto ciò, in due sarà più facile supportare un terzo, un quarto e così via.

Fare team è rispettare le esigenze dell’altro, perché solo così, l’altro ascolterà le nostre e nessuno rimarrà indietro.

A volte credo che vivere uno sport di squadra, sia stato per me un dono, ma anche una propensione naturale. Il calcio mi ha insegnato che il gruppo è sempre maggiore della somma dei singoli, e che per crescere e migliorarsi come individui bisogna ricercare e ricreare nel “noi” più che nell”io”, quelle esperienze solidali che proteggono ed elevino il gruppo.

Il nostro campo é la Terra e non ha confini.
Ce lo sta insegnando questo nemico micidiale ed invisibile. É un virus, corre veloce: per sconfiggerlo ci vuole tempo, ovvero capacità di adattamento, alias… come e quanto ciascuno di noi supporti l’altro.

Non abbiamo difese ma siamo in partita: sette miliardi di persone, tutti in campo a supportarci, tutti titolari.

Un gran bel team: non è così…?

 

Davide Nicola

 

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