Le mani verso il cielo per accarezzare il ricordo. Addobbare le cancellate di striscioni. Lanciare i cori. Le mani rivolte verso terra per tappezzare di fiori la base dell’obelisco. E poi le targhe commemorative affisse all’angolo della Nord per Vincenzo Spagnolo. Sono passati ventisei anni dalla tragedia. Era il 29 gennaio del 1995. “Un grifone non muore mai” cantano i compagni, gli amici di “Spagna” sul piazzale dello stadio. A pochi passi i parenti stretti, la sorella Romina e papà Cosimo. Esempio di civiltà e umanità in tutti questi anni. “Grazie per essere venuti anche in questo anniversario: ragazzi, la vita non si baratta…” dice con il filo di voce che buca la mascherina. Un segno dei tempi. Come il dolore cristallizzato dentro la loro famiglia, nella casa del quartiere di San Teodoro. “Claudio Spagna, olè” cantano sotto un sole che dà luce alle scritte. A memoria futura: “Morto per mano assassina e antisportiva”, “Noi non dimentichiamo”, “Vivere nel cuore di chi resta non è morire”. Tra volti noti e non, il vicepresidente Gianni Blondet, sempre partecipe alla ricorrenza, con la delegazione del club.

 

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