Sulla carta d’identità avrebbe scritto così. “Non sono uno stinco di santo. Se c’è da mettere la gamba, io la metto ma lo faccio per necessità. Non certo con l’intenzione di fare male…”. Faccia d’angelo per i lineamenti, il pirata per quegli uncini che arrivavano ovunque. Martello perché agli avversari faceva questo effetto. Sono stati diversi i soprannomi affibbiati a Roberto Rosato, nato il 18 agosto (come un altro ex, l’olandese Jan Peters: auguri) del 1943, che ci ha lasciati da dieci anni fa con il ricordo dei quattro in rossoblù (dal 1973 al 1977, 84 in campionato e un gol). Una leggenda del Toro, del Milan, del Genoa. Una decina di titoli vinti. Campione d’Europa con la Nazionale nel ‘78, un’altra partecipazione alla rassegna continentale e a due Mondiali. Sbarcò sotto la Lanterna in un periodo delicato causa infortunio e boom. “Venendo al Genoa di mister Silvestri mi è parso di fare un salto indietro nel tempo e di tornare ragazzo” racconterà in un’intervista. “A Marassi ho ritrovato l’entusiasmo del vecchio Filadelfia, quando i tifosi ti soffiavano sul collo. Mi hanno dato un affetto incredibile trovandomi persino l’appartamento dove andare ad abitare”.

 

 

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