Se n’è andato Marco Bollesan, un highlander. A 79 anni. Solo chi osa impara a volare. Più o meno così, c’era scritto sui poster alle pareti di casa. Prima a Sestri Ponente, poi in centro e Boccadasse. Il tuo angolo di paradiso. Un giorno lì, davanti allo scoglio in cui garrisce la bandiera del ‘Zena’, ci hai rimesso l’omero per aiutare i pescatori a mettere in salvo le barche. Eri fatto così. Una pasta generosa. Un piccolo motto, solo chi osa impara a volare, che racchiude l’essenza di una vita in prima linea. Anche se in campo partivi dalla terza. Nelle mischie ti sentivano gridare “Mariangela”. ll nome di tua moglie, con cui chiamavi lo schema ai compagni. Tra i più forti giocatori nell’era pre-professionistica della palla ovale. Con il fiato dei polmoni, la forza delle idee, la tua natura ruvida, hai portato il rugby italiano dove non era mai stato. Protagonista di tournée epiche come quella nell’Africa del Sud. Il debutto a Grenoble nella finale di Coppa Europa degli Azzurri con la Francia. Il primo Mondiale degli azzurri come selezionatore. Le esperienze nei club. Il Cus Genova è cresciuto sotto la tua quercia d’uomo. Fino a sfiorare il titolo. Due scudetti con Partenope e Brescia. Da allenatore con la Mediolanum. La maglia numero 8, già. Nella simbologia quella dell’infinito. Dei senza confini e di chi proietta lo sguardo oltre. Te ne sei andato dopo battaglie, da dentro o fuori, ingaggiate con il coraggio di un leone. Fino all’ultima meta. Giorni, mesi, anni a sferragliare con i colpi del destino. Quelli che avrebbero tolto l’anima a parecchi. A te, no. Con quel fisico allenato da 47 presenze nella trincea azzurra. Per 34 volte capitano in epoche in cui si giocava poco. Poi allenatore, team manager. Addetto alle relazioni esterne per la Federazione. Oggi ti omaggia il C.O.N.I. Unica mattonella per un rugbista nella Walk of Fame, i 100 sportivi italiani più influenti della storia. Le davi, le prendevi. Le botte, le lezioni. In mezzo a gente con cui facevi a cazzotti lealmente, ma poi si scolava insieme una birra nel terzo tempo. L’etichetta di uno sport di superuomini. Con quella faccia un po’ così, di chi non era nato qui, da bambino avevi trovato a ‘Zena’ il porto dove attraccare con il tuo fagotto. Ti sei fatto da solo. Un simbolo del Comune di Genova come inquilino di Palazzo Tursi. Con quella faccia spigolosa, la palla rotonda non faceva per te. Doveva avere qualche angolo e disegnare asperità. Così è stato.  Preferivi altri campi, ma al Genoa hai voluto bene. Ora i ragazzi ti aspettano per far volare l’ovale fuori dalla chiesa. Come si fa quando uno del rugby saluta la compagnia. Dicevi che c’è sempre una possibilità di riscatto. La avevi afferrata tra le mani. Quanti giovani ti sei messo sulle spalle, e quanti ne hai aiutati. Ora ti piangono in vari angoli del Paese. E quella palla arriva all’estero. E’ troppo breve la vita. Pure per uno che ne ha vissute dieci.

 

L’ultimo saluto verrà officiato nella Chiesa di Sant’Antonio di Boccadasse martedì alle ore 11:30 (il rosario oggi alle 17:30).

Il Genoa Cricket and Football Club si unisce al dolore delle figlie Miride e Marella, della nipote Margherita, della Federazione Italiana Rugby, del Cus Genova e di quanti gli hanno voluto bene.

 

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